Correzione

Correzione
L’austriaco Roithamer insegna Scienze Naturali a Cambridge e fa spesso ritorno in patria, ma alla natia Altensam preferisce la più meditativa gola dell’Aurach, e per la precisione la soffitta dell’imbalsamatore Höller, ambiente ideale per la produzione e l’organizzazione del pensiero, attività necessarie alla progettazione e al conseguente “compimento” del cono, un’abitazione mai vista prima, unica al mondo, concepita come regalo per la donna da lui più amata, la sorella. A raccontare la genesi di un’idea considerata folle è il suo assistente, poiché Roithamer, in seguito alla morte della sorella - causata proprio dallo shock per la vista del cono - si è impiccato a un albero nelle prossimità della foresta di Kobernausser, al centro della quale il cono è stato edificato. Al fine di tutelare l’oltreumana produzione intellettuale di Roithamer, l’io narrante si trasferisce in quella stessa soffitta nella quale Roithamer ha concepito ogni cosa, per esaminarne e riordinarne i carteggi, enucleandone i passaggi chiave, rivivendo il rapporto di Roithamer con la famiglia Höller e diventando lui stesso Roithamer, o meglio uno strumento anodino attraverso il quale Roithamer può tornare a vivere, nonché a morire una seconda volta…
È presente in Correzione tutto l’universo bernhardiano: c’è Wittgenstein, intorno al quale Roithamer è plasmato, e che rappresenta la compenetrazione di logica e monomania; c’è, appunto, l’ossessione, intesa come eremo impervio del pensiero umano, tale da pregiudicare una condotta socialmente accettabile, e come dono-condanna che trasforma ciò che non ne è oggetto in una funzione di essa: se Roithamer si sposta nella soffitta di Höller è per pensare al cono, se torna a Cambridge è per allontanarsi dal cono e pensarlo meglio, e così via (“Il problema è sempre come poter raggiungere il punto più lontano dall’oggetto che devo pensare o ri-pensare fino in fondo per poter pensare o ri-pensare fino in fondo l’oggetto nel modo migliore”); ci sono lo slancio verso la perfezione, il ripudio dell’ipocrisia materna, il perturbamento e il suicidio; e c’è, ovviamente, lo stile inimitabile di Bernhard. Nello scrittore austriaco la forma rappresenta appieno il contenuto e ne è parte integrante, non per velleità formalistiche, bensì per un preciso intento logico-filosofico. La ripetizione non mira solo al ritmo o all’ironia: come nella musica generativa, ogni periodo riproposto veicola un significato nuovo, che si fa carico cumulativo dei precedenti, e questa tessitura complessa riproduce il processo di sintesi di un’idea non svincolabile dal percorso che a essa ha condotto. Così come il saggio di Roithamer A proposito di Altensam e di tutto ciò che è connesso ad Altensam consta della collazione delle sue tre stesure, che l’hanno portato da 800 a 300 pagine e poi a 80, Correzione è il resoconto (riferito) di un processo mentale (inclusivo di errori e ripensamenti), ma anche l’ammissione che un processo mentale meticoloso può indurre a una conclusione non tanto sbagliata in sé quanto socialmente inammissibile: Roithamer non rinnega il cono, pur ritenendolo la causa della morte della sorella, ma addebita alla società l’incapacità della sorella di accettare il cono: Roithamer rinnega piuttosto i precetti della società, che rendono l’individuo mediocre e ne sviliscono il genio (“Se non ci decidiamo a infrangere il cosiddetto Buon Gusto perché vogliamo fare qualcosa cosiddetta di gusto, significa che non abbiamo più carattere, che abbiamo rinunciato alla nostra ragione, alla nostra natura”; oppure: “Perché non bisogna mettersi con i periti, perché distruggono questa nostra idea, non hanno in mente altro se non smontare la nostra idea, distruggerla”). Correzione è anche la raffigurazione sistemica del suo tema portante, il suicidio, considerato non in quanto “culmine della disperazione” (per Roithamer è possibile “essere felici nella cosiddetta cognizione del dolore”), ma come consapevolezza del paradosso in virtù del quale la correzione perfetta di un testo, di un edificio o di una vita prevede la distruzione di quel testo, di quell’edificio o di quella vita. Bernhard, però, non è solo pensiero. Se l’azione inceppata rende dostoevskijanamente grottesca la scena che chiude la prima parte (con picchi da slapstick), è a Beckett che si deve la sospensione temporale della scena precedente, nella quale l’io narrante confessa a Höller di ritenerlo indirettamente responsabile del suicidio di Roithamer, e lo fa con una lentezza esasperante, in un climax nel quale la gamma delle azioni possibili è talmente ampia (compare anche un “fucile di Checov”) da rendere il monologo non meno stremante di un inseguimento. C’è spazio anche per un ghigno folle, laddove il processo logico-filosofico, nel suo percorso di sintesi, produce – come fossero scorie – aforismi granitici: “Invece di suicidarsi le persone vanno a lavorare”. Ma poiché su ciò di cui non si può parlare è meglio tacere, su qualsiasi disamina di Correzione prevale l’impellenza di leggerlo, perché è innegabile che si tratti di un capolavoro.

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