Così ha inizio il male

Così ha inizio il male
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Morto il generale Francisco Franco, la Spagna volta pagina. La libertà di espressione viene ripristinata, i partiti politici e le organizzazioni sindacali legalizzati. Adolfo Suárez presiede il primo governo democratico dopo quarant’anni di dittatura. In una Madrid avvolta dall’atmosfera di un rinnovato ottimismo non tutti riescono però a liberarsi dal reticolo di ricordi scomodi che fanno ancora rumore. In quegli anni il ventitreenne Juan de Vere viene assunto come assistente da Eduardo Muriel, un cineasta munito di baffetti sottili, di una vistosa benda nera da guercio posta sull’occhio destro, di una folta capigliatura pettinata con la riga e di abiti da sartoria, come se non si fosse mai distaccato dall’immagine dei divi degli anni Trenta e Quaranta, quelli della sua giovinezza. Un uomo assai stravagante che ama circondarsi di persone compiacenti, che è solito distendersi sul tappeto del proprio studio per riflettere e che, soprattutto, usa trattare la moglie Beatriz Noguera con sdegnoso rancore. Spinto da Muriel a investigare sulla losca identità del dottor Van Vechten, Il giovane finirà per addentrarsi tra le oscure tenebre di quell’ambigua convivenza matrimoniale…

L’io narrante di Juan de Vere racconta a trent’anni di distanza una realtà enigmatica e sfuggente, inquietante nelle sue quotidiane manifestazioni. Osserva, egli stesso spaesato, lo smarrimento di un paese appena uscito dalla crudele dittatura franchista con un pesante complesso di colpevolezza. Al centro del nuovo romanzo di Javier Marías – il cui titolo adotta come di consueto una frase estrapolata da una celebre opera di Shakespeare, in questo caso Amleto – vi è il male nella sua forma più segreta e inafferrabile. Il male che scava silenziosamente i destini degli uomini e penetra nell’animo delle vittime lungo il confine sottile che corre tra la fine della prevaricazione e l’inizio della sottomissione. Il male che impedisce di liberarsi dei legami con il passato, di uscire da sé per ricominciare. Il procedimento narrativo, che incalza e seduce in virtù di un’irrefrenabile tensione congetturale, affascina per la singolarità di una prosa verbosa e spoglia di dialoghi, ma capace di mantenersi fluida anche quando si ramifica in una fitta serie di accattivanti digressioni.



 

 

 

 
 
 
 

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