Così parlò Monicelli

Così parlò Monicelli

La famiglia è ormai la tana in cui ci si rifugia scappando da un mondo di egoismi e sopraffazioni. Ma è una tana che serve ad alimentare ancora di più questa reciproca ostilità, perché ormai tutti si fidano solo dei quattro o cinque familiari che hanno intorno. Tutto deve essere sacrificato alla famiglia: qualsiasi cosa, qualsiasi malefatta può essere giustificata se serve a proteggerla o a farla prosperare. Si parla tanto in anni recenti della nascita della famiglia allargata: non è così. Al contrario, si è chiusa, perché è aumentata la sua carica di ostilità nei confronti del mondo. In un paese cattolico come l’Italia dire queste cose suona quasi blasfemo, ma è la verità. La Chiesa cattolica, purtroppo, ha sempre esercitato un ruolo nefasto per il nostro Paese e, oserei dire, per la nostra civiltà. Adesso per esempio le donne, le ragazze, le signore si lamentano che non trovano uomini. Ma questi uomini che non trovano sono quelli che loro da mamme hanno tenuto in casa, accudito e non fatto uscire fino a trenta-trentacinque anni: le figlie femmine invece maturano e affrontano la vita molto più degli uomini, con più coraggio e più grinta… Alberto Sordi fa ridere rappresentando un italiano repellente: non a caso all’estero non capiscono come possa piacere. A loro fa orrore. Raffaella Carrà, invece, scelta a diciassette anni per I compagni, fece molto bene una parte molto drammatica, con straordinaria e stupefacente autorità, gran temperamento e assoluta capacità di dominio: avrebbe potuto diventare una grande attrice sul serio, una come Stefania Sandrelli, l’unica italiana che possa passare da un ruolo a un altro senza perdere di credibilità, possiede una naturalezza straordinaria e rara…

Mario Monicelli (Guardie e ladri, I soliti ignoti, La grande guerra, Risate di gioia, L’armata Brancaleone, Amici miei, Un borghese piccolo piccolo, Il marchese del Grillo, Speriamo che sia femmina, Parenti serpenti) gioca anche sulla data di nascita, in particolare sul luogo: guai a te, era solito ripetere ̶ almeno stando a quello che viene riportato da più parti ̶ , se dici che sono nato a Roma, come recitava invece la sua carta di identità. Per lui la patria era Viareggio, non c’era possibilità di discussione, punto e basta. Sono passati oltre cento anni da quando è nato, meno di dieci, sei o poco più, per l’esattezza, da quando è venuto a mancare, decidendo (lui che nelle sue decine di film ha girato un gran numero di funerali, per lo più esilaranti) di porre fine egli stesso alla sua vita. Per omaggiare la ricorrenza Anna Antonelli realizza, introdotta da un saggio profondo e arguto di Goffredo Fofi e conclusa dal testo de L’omo nero, soggetto di Suso Cecchi D’Amico, Piero De Bernardi e Monicelli stesso, un’antologia che si legge con piacere come un romanzo o una raccolta di aforismi, delle sue opinioni. Sempre libere, interessanti, mai comode, compiacenti o compiaciute. Parole intelligenti, senza peli sulla lingua, brillanti, acute, amare, su tutti gli argomenti: politica, costume, società, arte. Le citazioni, tratte da scritti e interviste, di un uomo dai molti volti che ha attraversato il Novecento e l’inizio del nuovo millennio, diventando col passare del tempo sempre più un punto di riferimento politico, culturale, militante: un intellettuale che odiava Pirandello, capace di giocare con gli stereotipi e la dissoluzione della figura maschile, dall’esistenza ricchissima di aneddoti, generoso e geniale. Che manca, tanto.



 

 

 

 
 
 
 
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