Così in terra

Così in terra
Davidù non era amico di Gerruso, anzi lo detestava proprio. Gerruso era un minchione, un debole. E i deboli non meritano rispetto. Quando Pullara - l'elemento più spietato della compagnia - organizzava nuovi passatempi per massacrarlo, Davidù partecipava sempre con piacere. Quello stupido si meritava tutte le sofferenze del mondo. Perché non rimaneva a casa? Un giorno però, accadde un fatto nuovo. Ad accompagnare Gerruso ad un nuovo e più crudele massacro c'era Nina, sua cugina. Davidù la guardò: aveva un vestito chiaro e i capelli rossi. Era bella. La sua bellezza cancellava tutta la drammaticità di quel momento. Pullara infatti questa volta faceva sul serio. Aveva messo un coltello a serramanico in mano a Gerruso e gli urlava in faccia: "Fallo! Fai la prova". Il ragazzino piagnucolava impaurito ma il compagno non aveva pietà. Gli sputò addosso tutta la sua saliva: voleva che con quel coltello si tagliasse una falange. "Se lo fai. Non torceremo nemmeno un capello a tua cugina. Fallo! ". Lo fece. Un fiotto di sangue partì in aria, la falange cadde, Gerruso svenne. Pullara gridò eccitato e si diresse verso Nina con il coltello stretto in un pugno. Nonostante le promesse adesso sarebbe toccato a lei. Davidù scattò come una molla. Il suo corpo agì da solo: si mise nel mezzo tra lui e la ragazza e riempì l'amico di pugni fino a sfigurargli la faccia. Aveva solo nove anni, Davidù. Frequentava la palestra di suo zio da pochi giorni, ma il suo destino era già scritto ancora prima che nascesse. Nipote di pugili, figlio di pugile. Il suo destino era scritto nelle storie di suo nonno, di suo zio e in quello del padre che non aveva mai conosciuto...
Ambientato a Palermo,  Così in terra è un romanzo sanguigno, fatto di sapori, odori ed emozioni del luogo. Quasi un’esperienza fisica. Un viaggio nella Sicilia che Bufalino descriveva come “la terra della luce e del lutto”. La Sicilia del dialetto, della mattanza, del sole, della violenza, delle belle donne, degli spari, del mare, della mafia. Un'isola affascinante ma piena di contraddizioni. Un luogo nel quale le passioni sono vissute molto più intensamente che altrove. Sullo sfondo di questa Sicilia Davide Enia - attore ed autore di teatro alle prese col suo romanzo d'esordio - dipinge la storia di una dinastia di pugili. Quattro vite, quattro atleti, quattro personaggi che abbracciano mezzo secolo e si intrecciano tra loro con un ritmo simile proprio quello di un incontro di box. Lo stile di Enia (che pugile lo è stato per davvero) ricorda infatti la danza/combattimento di un boxeur scattante ed aggressivo. Il trentottenne palermitano non si limita a raccontare, ma prende le misure, saltella e temporeggia, per poi aumentare improvvisamente il ritmo, spingerti alle corde e colpirti con un uno-due da KO. Stare dietro al ritmo di un pugile però non è facile, e la lettura di questo romanzo può richiedere un po' di sforzo. A qualcuno capiterà forse di domandarsi il perché di tutti quei saltelli temporali, di rimpiangere una storia più "lineare". E può anche essere che tutto questo renda meno scorrevole il romanzo. Ma è un prezzo che si paga volentieri. La scrittura di Enia prende forza proprio da quei continui slanci: gli servono per scagliare al lettore i suoi "pugni letterari" ancora più forti. E sono pugni che colpiscono al segno, eccome. L’unico tipo di pugni che incassiamo volentieri.

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER