Cosa faremo di questo amore

Cosa faremo di questo amore

Alcuni amori finiscono, con buona pace di Antonello Venditti che per alcuni prevede dei “giri immensi” prima della riconciliazione. Gli amori quando finiscono fanno male e rimettere insieme i pezzi spesso non è semplice. A volte la perdita della persona amata può significare anche smettere di scrivere, per sempre. Juan Ramon Jimenez mise da parte per sempre il suo talento, mise a soqquadro libreria e fogli raccolti negli anni, per abbandonarsi totalmente al buio e al silenzio. Un gesto forte che non lascia scampo a ripensamenti. Si attende una lettera, un messaggio o una telefonata che confessi l’errore fatto per tornare indietro, ma spesso l’unica cosa che appare è solo la “ringxiety”, quell’ansia di uno squillo che è solo nella testa. Nel caso del grande poeta spagnolo però non è una decisione interna a metter il punto ma un fattore esterno, un cancro irreversibile. Diverso è il caso in cui uno degli elementi della coppia si alza e lascia il posto che finora ha occupato. Come Rebecca, la musa dello stesso Di Fronzo, che lo lascia ad interrogarsi sul passato insieme e su quella frase di Hemingway in cui si specifica che “un uomo solo non ce la può fare”. La Thérèse di Tirate sul pianista di Truffaut ammette, ad esempio, di rendere infelice il suo Edouard ed è una constatazione a cui non ci si può ribellare: l’unica possibilità è lasciarsi. Federico De Roberto ha dedicato una sua opera alla spiegazione quasi scientifica del sentimento amore, riuscendo anche a concepire una formula matematica per una vita duratura dello stesso. Alla base deve esserci ovviamente istinto e apprezzamento della bellezza, ma anche solidarietà e simpatia. Proprio la spietatezza di alcuni addii fanno la fortuna di uno scrittore; pensiamo alla dickensiana signorina Havinsham che non poté mai indossare in pubblico il suo abito da sposa e decise di farlo tutti i giorni segretamente e grottescamente nella sua casa impolverata...

Come ci tiene a specificare lo stesso Gabriele Di Fronzo, autore e critico letterario, nella primissima riga di questo scorrevole manuale di sopravvivenza, l’interesse non è sull’amore ma su quello che succede nel momento in cui arriva a conclusione. Le parole scritte nel corso dei secoli rappresentano spesso delle lapidi che aiutano a ricordare ma anche a superare, o meglio, a ben gestire un’assenza. Forse proprio perché è in quel non-luogo che molti scrittori sono stati in grado di stabilirsi e trovare la giusta ispirazione. Le pagine stampate sull’abbandono sono tantissime e l’autore torinese riconosce in materia di essere un vero rabdomante, in grado di percepire i primissimi tentennamenti prima della deflagrazione finale. E occorre riconoscergli una conoscenza approfondita dell’argomento, forse anche alimentata dalla moltitudine di libri che è riuscito negli anni a prendere in prestito nella biblioteca dove lavora. La letteratura con un finale rasserenante non lo interessano, esattamente come succede a molti lettori che nelle disgrazie altrui cercano una chiave di lettura per le proprie. Il suo sguardo è “smagato”, di fronte ad una donna nuda intravede il suo scheletro, ad un bambino un vecchio, come ammetteva Flaubert (nella lettera a Louise Colet che viene qui giustamente citata). C’è chi direbbe che è uno sguardo cinico e pessimista sull’amore, o chi al contrario ravviserebbe semplice razionalità. Forse l’esempio più significativo del punto di osservazione sul quale è stato concepito questo libro è la storia, non confermata da citazioni bibliografiche, di Mister Parafulmine, un ranger americano che si dice sia stato colpito da ben sette fulmini diversi, che gli hanno bruciato varie parti del corpo e lo hanno fatto entrare nel Guinness dei Primati, ma non lo hanno ucciso. La Morte è arrivata sotto forma di suicido a settantuno anni. Per una delusione d’amore.



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