Per cosa ho vissuto

Per cosa ho vissuto

Jerome A. Corcoran, per gli amici Corky, vive a Union City, una cittadina di circa trecentomila abitanti della Contea di Hudson, dove è nato nel novembre del 1923 da una famiglia di origine irlandese. A quarantatré anni è un uomo gentile e generoso che paga i debiti di gioco e conduce una vita mondana. Possiede un patrimonio di due milioni di dollari, si sposta al volante di una lussuosa Cadillac De Ville e ama circondarsi di belle donne in virtù di un aspetto bello e abbronzato che sembra denotare un’età molto più giovane di quella anagrafica. Corky è anche un democratico saldamente legato a ogni causa liberale, membro del consiglio comunale e fedele sodale del sindaco. Ma nel corso dei quattro giorni a cavallo del Memorial Day 1992 il fragile terreno su cui ha piantato le radici del suo successo iniziano improvvisamente a vacillare. Troppi legami, troppe manovre, troppi segreti. Egli finisce così con l’essere risucchiato in un gorgo estremamente pericoloso, diventando protagonista involontario di una vicenda dall’inatteso epilogo…

Joyce Carol Oates è una scrittrice statunitense ormai alle soglie degli ottant’anni, con alle spalle una corposa produzione di opere di narrativa, di saggistica, di poesia e di letteratura per ragazzi molto stimate dalla critica migliore, che si pongono all’insegna dell’ossessione, per dirla con una sua parola tematica, di approdare a una condizione disumanizzata in una società snaturata dalla violenza e dalla lotta per l’affermazione individuale. Lo si comprende bene attraverso la lettura di questo denso volume, uscito negli Usa nel 1994 e pubblicato in Italia nel 2007 nell’attenta traduzione di Silvia Rosa Sperti, in cui l’autrice descrive magistralmente i meccanismi che conducono alla perdita della personalità autentica in quello che sembrerebbe il migliore dei mondi possibili. Il confronto tra l’identità umana e le regole spietate del gioco sociale offrono al lettore la parte più godibile del libro, benché il proposito di Joyce Carol Oates non lasci mai prevaricare il piacere del racconto sulle sue profonde convinzioni esistenziali, risultando imprescindibili per chiarire il generoso impegno della sua scrittura.



 

 

 

 
 
 
 

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