Credo in un solo oblio

Credo in un solo oblio
Un uomo ossessionato dalla banalità della vita e profondamente turbato dalla perdita della compagna, morta di parto, decide di fingere che la figlioletta Maria sia anch’essa morta alla nascita e di nasconderla a tutti. Ma dopo un po’, geloso anche della sua stessa gelosia morbosa, decide di cancellarla dalla mente, al che la bambina semplicemente scompare, puf. Confuso, l’uomo si reca nello studio di un fotografo per farsi immortalare, ma in foto viene ‘mosso’: anzi non viene per niente, perché nelle sue fotografie si vede misteriosamente assente. Il che lo porta in prigione, e qui con costernazione scopre che nelle foto che dovrebbero ritrarlo lui appunto non c’è, mentre invece nelle foto di tutti gli altri la sua faccia ha sostituito quella dei legittimi proprietari. L’uomo evade di prigione, e inseguito dai poliziotti decide di nascondersi nella sua carta d’identità, entrando nella foto (nella quale, ovviamente, non è ritratto): si ritrova nello studio del fotografo di prima, ma la stanza è deserta. Uscito in strada, l’uomo si accorge con stupore che il mondo è deserto, popolato solo di ombre. Le sue disperate peregrinazioni lo conducono in un cimitero: tutte le tombe hanno fotografie senza volti e contengono cadaveri senza volto. Orripilato, il tipo ritorna allo studio e riesce dall’altra parte della foto della carta d’identità. Di nuovo nel mondo tappezzato di sue foto ovunque, si reca nello stesso cimitero: ovviamente, ora le facce sulle foto ci sono, e anche sui cadaveri. Ma sono tutte uguali alla sua...
Come quei sogni bizzarri al limite tra incubo agghiacciante e interessante escursione nell’assurdo che ogni tanto popolano le nostre notti, la vicenda che è alla base del quarto romanzo di Antonio Rezza - attore, cineasta e performer geniale tra i pochi in Italia capaci di riempire teatri senza arrendersi al duopolio classici/cabaret - vive di circolarità, sospensione dell’incredulità, giochi di parole, colpi di scena. Una favola surreale (e perché no, surrenale) che però non si basta da sola, non si bea della sua paradossalità, ma va a toccare gangli sensibili, temi importanti: la definizione dell’identità, la spersonalizzazione della società moderna, la morte, la memoria, la percezione della realtà. Echi di Ionesco e Beckett, toni leggeri ma sottilmente inquietanti per un libro talmente efficace nel trasportare il lettore in un’altra dimensione nella quale le regole della ‘normalità’ sono completamente sovvertite che o lo si legge tutto d’un fiato o non lo si legge affatto.

Leggi l'intervista a Antonio Rezza

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