Criminál

Barcellona, 1909. A Carrer de Mallorca, a pochi passi da una via larga e asfaltata che corre verso la Rambla, sono iniziate le manovre per posizionare al centro del piazzale di terra battuta le enormi travi di legno che serviranno come telai per costruire le guglie della cattedrale. Si lavora ad un ritmo disumano per completare “la più grande creazione umana, la più sterminata chiesa della storia terrena”. L’ha progettata – e prima ancora sognata – il più celebre architetto d’Europa, Antoni Gaudì, “un mistico puro che mangia di rado”: “barba bianca e magro, vestiti che erano stati costosi quando andavano di moda”, lo si vede spesso passeggiare pensoso per il centro di Barcellona con le mani in tasca, “lento e distratto, con gli occhi che guardano sempre al di sopra delle prime linee dei balconi”. La città è in trasformazione soprattutto grazie alle sue idee, ma è anche in forte agitazione: il Governo ha richiamato alle armi migliaia di spagnoli, anche padri di famiglia, e li ha spediti in Africa Settentrionale a morire per una guerra coloniale insensata, il malcontento per la corruzione dei politici e del clero, unito alla spaventosa povertà, rende la situazione esplosiva. Già qualche anno prima c’è stato uno sciopero generale che ha gettato la Spagna nel caos, il fuoco cova sotto le ceneri, “la città è una polveriera, pronta ad esplodere in ogni istante”. Il degrado è dappertutto, le strade di notte sono pericolosissime, la prostituzione raggiunge picchi di abiezione inauditi, impensabili nel resto d’Europa, la pedofilia è una piaga purulenta. E in più la gente ha paura. Le voci corrono, si parla di un mostro, un’ombra misteriosa e inafferrabile che rapisce i bambini, li fa sparire per sempre. Un’ombra nera, liquida e densa, “come un fluido mieloso che rimanda un odore stomachevole. Quell’odore ha la faccia di Enriqueta Martì”, una campagnola superstiziosa, ex prostituta adolescente, che ora ha la mania dei bambini. Li rapisce per venderli a ricchi e insospettabili pedofili. Li uccide per ricavare dai loro corpi e dal loro sangue pozioni “magiche” capaci secondo lei di dare l’immortalità. Ma, soprattutto, li massacra e li divora…

Salvatore Minieri è un giornalista, di quelli coraggiosi e scomodi. Ha lavorato per “Il Mattino”, “La Gazzetta di Caserta”, “Il Roma”, il “Corriere di Caserta”, “Italia News”. Le sue inchieste hanno portato alla luce scandali e traffici. È stato minacciato più volte, oggetto di intimidazioni, di attentati. Ha vinto il Premio Nazionale Olmo per la sezione Giornalismo d’inchiesta e gli sono stati assegnati il Premio Nazionale “Legalità Campania” e il World Solidarity Award. Ma in questo Criminál non si occupa né di ecomafie né di clan malavitosi del Sud: qui racconta la storia di un mostro. Enriqueta Martì è stata forse la più feroce serial killer donna della storia: non solo e non tanto per il numero di vittime – tuttora sconosciuto – ma per la natura mostruosamente efferata dei suoi omicidi e perché era una predatrice di bambini, una cannibale (anche se, a onor del vero, va detto che alcuni studiosi hanno negli ultimi anni avanzato l’ipotesi che gli orrori di cui fu accusata furono perlomeno molto esagerati dalle autorità spagnole dell’epoca). Nata e cresciuta nella povertà assoluta di un paesino della campagna spagnola di fine ‘800, figlia di una cultura oscura in cui la superstizione e la stregoneria avevano un peso enorme, era arrivata a Barcellona ancora adolescente per fare fortuna ed era subito finita a “battere” per due pesetas o per un boccone di cibo. La sua totale spregiudicatezza, il suo background culturale e una probabile patologia mentale la resero una predatrice feroce, che si muoveva come una pantera negli interstizi di una società laida e corrotta. Minieri non si limita a raccontare la nera storia della “vampira di Barcellona” né costruisce su di essa un thriller, come ha fatto qualche anno fa lo scrittore catalano Marc Pastor, il suo tentativo è più ambizioso: inserire la storia della Martì nel momento storico, politico e culturale spagnolo, particolarmente tempestoso. E farlo con uno stile che somiglia alla docufiction, ma una docufiction gestita in modo vulcanico, ricco di digressioni, volutamente non lineare. Ne vien fuori un libro aggressivo, che incalza il lettore, lo costringe a contemplare l’orrore più nero, a scottarsi con le fiamme dell’inferno. Una scelta suggestiva e tutto sommato anche riuscita, se non fosse funestata da un editing sciatto (o del tutto assente), segnatamente per quanto riguarda l’utilizzo delle virgole, spesso strampalato e/o sbagliatissimo. Suggestive invece le elaborazioni grafiche di Erika Palumbo e Pietro Manno, ben curata la rilegatura del volume e davvero apprezzabilissima l’appendice iconografica con foto d’epoca.



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