Cronache dal Cono sud

Cronache dal Cono sud
Il 3 novembre 1970 i cileni realizzarono un sogno. O furono per realizzarlo. Accanto a Salvador Allende, il compagno Presidente Salvador Allende, migliaia di studenti ed operai avevano intrapreso il cammino verso una società più giusta, più equa. Socialista. "Porque esta vez no se trata/ de cambiar un presidente/ será el pueblo che construya/ un Chile bien diferente": perché stavolta non si tratta di cambiare un presidente: sarà il popolo a costruire un Cile ben differente. Questo cantavano gli Inti-Illimani. Questo pensavano i cileni. In quella che fu - o sarebbe dovuta essere - la primavera cilena qualcuno da Washington storse il naso. Santiago non poteva e non doveva diventare un’altra L'Habana. L’11 settembre 1973 il sogno si spense, insieme al compagno Presidente, morto difendendo la Moneda, la costituzione cilena. La democrazia. Studenti ed operai furono fagocitati dalla feroce macchina messa in piedi da Augusto Pinochet, autoproclamatosi “Capitano Benemerito della Patria”, che di alto aveva solo quei cinque centimetri in più sul berretto commissionato ad uno stilista che disegnava uniformi. Mentre lui e la moglie, Lucía Hiriart, erano impegnati a depredare il Paese ed aprire conti bancari ora in Svizzera ora alle Isole Cayman, migliaia di cileni scomparivano nelle viscere di Villa Grimaldi, torturati e annichiliti. Scomparsi per mai più fare ritorno alle famiglie lasciate sospese tra l’angoscia e la disperazione dai carabineros, braccio corrotto, come i giudici della Corte suprema, e cruento, quanto la DINA, la polizia segreta. Ragazze e ragazzi, operai e militanti della Unidad Popular giustiziati nello stadio di Santiago de Chile, costretti in pozzi fetidi o in celle che sembravano loculi a dispetto di quell’11 settembre in cui, secondo la stampa “i militari hanno celebrato nell’intimità delle caserme quel tradimento che loro continuano a chiamare impresa”...
Tra l’analisi impietosa del tempo presente, che abbraccia la politica, l’economia e l’ecologia, e la riflessione storica ed autobiografica, Luis Sepulveda in questa serie di scritti - alcuni dei quali apparsi su Il Manifesto e La Repubblica tra il 2005 e il 2006 - offre al lettore uno spaccato di quelli che sono stati gli anni bui della Repubblica cilena e manda al galoppo la sua verve critica in un’appassionata e lucida analisi degli eventi della cronaca. Il bersaglio, colpito con la sferzante ironia che ricorda molto quella del grande Eduardo Galeano, è sempre lo stesso: il Generale Augusto Pinochet, altrimenti conosciuto come Ramón Ugarte, pseudonimo con il quale ha venduto, secondo “un cileno yankee” 28 milioni di esemplari dei suoi bestseller in Cile, che però conta una popolazione di 14 milioni (“Che autore di culto! Viva il Cile, cazzo!). Ma non è solo Pinochet l’obiettivo della penna tagliente di Sepulveda, che ha vissuto in prima persona gli orrori della dittatura. In mezzo ci sono i complici: DINA, carabineros, Corte suprema, Stati Uniti. Ma anche Blair; Sarkozy; Patricio Aylwin, primo e discusso Presidente post-dittatura; il capitalismo e la perversione del neoliberismo; i vacanzieri ricchi ed opulenti; la colonia di scimmie di Gibileterra che costano, ciascuna, trenta euro all’anno ai contribuenti britannici, mentre Pinochet costa allo Stato cileno seicento milioni di pesos all’anno. Però, “le scimmie di Gibilterra rubano gelati, sacchetti di patatine, persino qualche portafoglio lasciato incustodito in automobile, ma nessuna ha conti segreti negli Stati Uniti o in paradisi fiscali”. Sepulveda strappa sorrisi, che scappano involontari e complici quando si legge che Bush è “il grande scimunito texano”, “cretino integrale”, la destra cilena è piena di sciocchi “pateticamente ambiziosi come Berlusconi in Italia” e Bono “un triste pagliaccio”. Si prende una boccata di ossigeno quando l’autore si sofferma sul simbolo della rinascita cilena, Michelle Bachelet; colei che l’orrore l’ha visto da vicino avendo frequentato Villa Grimaldi ed essendo la figlia di quel generale, Alberto Bachelet, assassinato perché fendere alla costituzione e non incline a Pinochet. L’ombra del dittatore è lunga tanto quanto le poco più di 100 pagine che compongono il libro dal primo scritto, durante la stesura del quale il Generale era ancora vivo, fino all’ultimo, in cui il Generale era morto “senza pena né gloria, così come ha vissuto i suoi novantuno anni di miserabile vigliacco, a cui si riconoscevano solo tre talenti: tradire, mentire e rubare”.

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