Cronache della famiglia Wapshot

Cronache della famiglia Wapshot
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Il fiume scorreva tranquillo nell’antica cittadina di St. Botolphs, che al contrario quella mattina appariva viva e festante. Era il giorno della festa dell’Indipendenza. Il corteo iniziava a formarsi e i giovani Wapshot, Moses e Coverly, se ne stavano seduti sul prato, assonnati dopo una notte di festeggiamenti, a guardare l’arrivo dei carri. Attendevano che la madre prendesse posto sul carro del circolo femminile da lei stesso fondato e commemorato ogni anno durante la parata. La giusta ricompensa per chi, come lei, più di ogni altro aveva contribuito a dare lustro alla cittadina. Il signor Wapshot - il comandante Leander Wapshot - non era invece nei paraggi. Si trovava a bordo della sua Topaze, e navigava giù per il fiume fino alla baia. Un lavoro a cui teneva molto e che gli era stato trovato dalla cugina Honore per toglierlo dai guai, dopo che lui aveva dilapidato in fretta un bottino frutto di alcune eredità. La Topaze era ormai una sua creatura, e ne era affezionato come a una figlia. Il corteo finalmente si mosse con l’arrivo della signora Wapshot. Era una quarantenne dai lineamenti puri e delicati, bellissima ma dall’aspetto malinconico di nobiltà offesa. All’improvviso uno scalmanato, forse un forestiero, fece scoppiare un petardo sotto il sedere della cavalla del signor Pincher, facendola imbizzarrire e prendere la fuga. I suoi zoccoli sollevarono una nube di povere così grande che in pochi istanti inghiottì il carro e tutti i suoi ospiti…

Primo dei romanzi scritti dal grande John Cheever, Cronache della famiglia Wapshot è senza dubbio quello più ambizioso e impegnativo. Pubblicato nel 1957 e subito vincitore del National Book Award, racconta la storia, le avventure e le disavventure di una famiglia americana residente a St. Botolphs, un immaginario villaggio di pescatori nel placido Massachussets. All’apparenza una famiglia normale quella degli Wapshot, dalla vita modesta e mediocre, di quelle che inevitabilmente scorrono via lontano dal brulicare delle grandi città e dalle loro tentazioni. Di fatto, invece, questa apparente e insignificante normalità nasconde quello che secondo Cheever non può non animare ogni famiglia di qualsiasi grado sociale: il pulsare della vita, quella vera e sempre straordinaria, fatta di stramberie e antiche convinzioni, di soprusi e atti di grande generosità, di ricchezza e improvvisa povertà, ma anche di morti tragiche, sesso, omosessualità reale e temuta, amori difficili, umiliazioni e viaggi… Straordinarie vite normali da cui l’autore, come un chirurgo, riesce a estrarre l’essenza più intima, squarciando il velo delle convenzioni e delle ipocrisie dietro cui la borghesia americana degli anni ’50 nascondeva tutte le sue insicurezze. Come in un grande affresco in cui il significato di un’intera epoca è racchiusa nelle relazioni, negli sguardi e nei gesti di pochi soggetti, allo stesso modo Cheever, narrando di una sola famiglia, riesce a restituirci, con strabiliante lucidità ed elegantissimo umorismo, la fotografia della sua America. Una fotografia carica di affetto e di compassione, di quelle che si guardano con un sorriso triste.



 

 

 
 
 
 

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