Cronosisma

Cronosisma

13 febbraio 2001. L’universo si contrae decidendo di tornare indietro di ben dieci anni. Questo evento inaspettato potrebbe essere la più grande occasione per il genere umano di ravvedersi: ripercorrere il passato sapendo perfettamente cosa succederà rimediando per altro agli errori commessi. In realtà l’umanità non impara un bel niente: tutti replicano gli stessi errori come in un copione, ripetono le stesse azioni e a volte recitano persino gli stessi dialoghi. Questa sorta di “pilota automatico” che ripercorre tutti gli anni Novanta, termina nel momento i cui il libero arbitrio riprende il controllo della situazione. Lo scrittore di fantascienza sfortunato e squattrinato Kilgore Trout si ritrova esattamente dove era dieci anni prima: in un ostello, sulla sua brandina a scrivere un racconto; chi in quel momento sta camminando – in qualsiasi dei due emisferi ‒ perde l’equilibrio e cade al suolo; i senza tetto (la “sacra mandria”, come li chiama Trout) che all’arrivo del cronosisma erano sdraiati o seduti sulle brande, si ritrovano allo stesso modo alla fine della replica. “Come poteva ferirli il libero arbitrio?”...

Ultimo romanzo di Kurt Vonnegut jr e pubblicato per la prima volta nel 1997, Cronosisma è geniale, divertente – nella traduzione di Sergio Claudio Perroni – e malinconico. Mescola abilmente finzione narrativa a fatti autobiografici consegnandoci quello che a tutti gli effetti può essere considerato il testamento letterario del grande scrittore americano. Allo stratagemma narrativo del cronosisma, di questa improvvisa contrazione dell’universo, si intrecciano i plot dei racconti strampalati di Kilgore Trout – lo spiantato scrittore di fantascienza che per anni ha fatto da alter ego a Vonnegut – e la trama di ciò che leggiamo che ci viene presentata dall’autore stesso come la versione corretta ed epurata di un precedente romanzo “che non funzionava, che non reggeva, soprattutto che non aveva mai desiderato di essere scritto”.E così mentre il grosso marlin pescato dal cubano protagonista de Il vecchio e il mare – che apre il prologo al romanzo – viene mangiato dagli squali perché legato ad una sponda della barchetta, Vonnegut mette in pratica il consiglio di un amico pescatore: “tagliar via i pezzi migliori e sistemarli sul fondo della barca, lasciando agli squali il resto del carcame”. Esattamente quello che Vonnegut dichiara di fare in questo suo ultimo romanzo, non sempre di facile lettura, scritto con stile colloquiale, scanzonato, ricco di esclamazioni, sempre sopra le righe e sviluppato attraverso il susseguirsi di brevi capitoli infarciti di ricordi personali (come la morte prematura della sorella), di anedotti, di riflessioni sulla società e sulla politica, di piccole massime dal sapore agrodolce. Un’ultima considerazione amara sugli uomini: spesso deboli e poco intelligenti, perseverano nei propri errori conducendo una vita – come scrisse Henry David Thoreau – di pacata disperazione. Ma Vonnegut lascia intravvedere una piccola luce: imparare a riconoscere i nostri piccoli successi, “quando le cose vanno davvero bene dovremmo fare in modo di accorgercene. Non […] grandi trionfi bensì semplici epifanie: bere una limonata all’ombra in un pomeriggio afoso, sentire il profumo di una panetteria vicina, pescare e fregarsene se si pesca qualcosa o no, ascoltare qualcuno che suona bene il piano nell’appartamento accanto al nostro […] se non è bello questo, cosa mai lo è?”.



 

 

 

 
 
 
 

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