Cucina eclettica

Avete mai pensato di cucinare le cosce di rana alla maniera di Cadice o di stupire i vostri ospiti con una succulenta cazuela (che, nonostante il nome, nulla ha a che fare con la cassoeula lombarda)? Ora potrete sperimentare queste ed altre originali ricette che hanno tutte la particolarità – oltre all'alto tasso calorico - di essere state scritte più di cento anni fa. Dalla Zuppa teologa – “parte integrante dei sontuosi banchetti con cui i Padri Agostiniani di Lima festeggiavano gli ospiti invitati alle loro conferenze teologiche” – ai Pasticcini del Digiuno, ripieni di verdure e rimasti in voga anche dopo che Leone III aveva abolito la norma del digiuno liturgico; dal Salsiccione alla Rosalìa, “un saporito stuzzichino da offrire ai giovani che viaggiano in wagon, in diligenza o a cavallo” all'Insalata Polacca; dalla Lingua all'Ungherese al Mate, bevanda culto tra le popolazioni della Pampa e diffusissima nel “privato di salottini, camere e anticamere”...
Un ricettario davvero eclettico quello di Juana Manuela Gorriti, pubblicato per la prima volta nel lontanissimo 1890 – solo due anni prima della sua morte - e per la compilazione del quale l'autrice chiese il contributo di amiche, parenti e scrittrici che frequentavano le Veladas (incontri settimanali in cui si riunivano scrittori e artisti per recitare poesie, leggere racconti o tenere conferenze sugli argomenti politici e culturali più scottanti del momento). Oltre duecento ricette raccolte in sezioni - dalle zuppe ai budini alla pasticceria fino alla preparazione dei liquori - diventano l'occasione per scrivere, per raccontare. E in effetti nessuna delle preparazioni proposte nel libro della Gorriti (tranne quella del Maraschino al latte) ha come incipit il classico elenco di ingredienti e dosi; le ricette sono qui spunto per raccontare aneddoti anche di vita privata o per testimoniare usi e costumi della società dell'epoca. Scorrendo le pagine del ricettario scopriamo le tradizioni indigene, quelle gauchesche ed anche quelle derivanti dalla nascente immigrazione europea (che dire dei Maccheroni alla Calabrese proposti dalla cuoca napoletana Catalina Pardini?); conosciamo le abitudini delle popolazioni della Bolivia e del Perù, che traggono sostentamento dalla Chica, una bevanda fortemente alcolica a base di mais con la quale “a volte ci si ubriaca per dimenticare le proprie miserie”; sappiamo che alcuni alimenti vengono preparati in maniera diversa in base alla nazionalità del destinatario finale (il Coniglio alla suma guarni – che in lingua cuechua significa bella donna - deve essere servito “con una salsa di peperoncino giallo piccante per la gente del posto o con senape inglese per gli stranieri”). Uno spaccato sulla cultura latino-americana di fine XIX secolo che conferma la vitalità e l'inventiva della scrittrice – viaggiatrice per vocazione, fondatrice di riviste e saloni letterari, sempre in prima linea nell'impegno civile e nella difesa dei diritti delle donne; che risponde a quell'idea di donna come trait d'union “tra sviluppo dell'uomo e sviluppo della nazione” che ha sempre ossessionato la scrittrice argentina. Un originale esperimento narrativo in cui cucina e scrittura si mescolano, fin quasi a confondersi.

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