Cuore di cane

Cuore di cane

“Uuuhhh! Guardatemi, sto morendo. La tempesta mi ulula l’epitaffio dentro e io, rispondendo al suo richiamo, mi comporto di conseguenza…”. È il 22 dicembre del 1924. Il cane è nel bel mezzo di Mosca e nessuno si preoccupa che sia affamato e infreddolito. E se qualcuno lo fa, è solo per prenderlo a bastonate, o peggio: un villano col cappello da cuoco gli ha appena versato addosso una pentola d’acqua bollente. E ora è davvero pericoloso vagare per la città. Ci sono i piedi e le botte degli operai che passeggiano tra le vie del centro, e poi ci sono i netturbini a cui stare attenti, tra tutti i proletari, i più vigliacchi. Non avrebbero certo scrupoli nel prenderlo per le zampe e buttarlo in un carro per disfarsene. Eppure la fame è più forte persino del dolore, così quando Pallino scorge quell’uomo dalle vesti curate venir fuori dalla macelleria gli si avvicina con speranza. Quell’uomo non lo guarda come un nemico, anzi, scartando quell’invitante salame di Cracovia (mica i soliti scarti!) dalla sua cartina untuosa, subito gliene porge un pezzo. Un benefattore! Un vero signore, non certo un compagno che si nasconde in un cappotto elegante. L’ignoto salvatore guarda attentamente il cane, non nota alcun collare: “Magnifico, avevo proprio bisogno di un cane come te!” gli dice con entusiasmo. Pallino lo segue grato per la via, fin nel vicolo Obuchov, nella via Prečistenka e nella sua casa che sembra proprio uno studio medico, con quell’ampia sala d’attesa. Il portinaio (quel codardo) lo ha salutato allegramente, pur notando la presenza del cane: “Buongiorno Filip Filipovič!”. Dunque è questo il nome del suo salvatore…

Se non avete mai letto nulla di Bulgakov, Cuore di cane è sicuramente l’iniziazione ideale alla sua scrittura e al suo mondo. La storia è bizzarra, surreale e al tempo stesso scritta in maniera lineare, senza i voli pindarici (e alquanto demoniaci) del capolavoro Il maestro e Margherita, in cui il lettore poco avvezzo all’universo bulgakoviano potrebbe perdersi facilmente. La vicenda è narrata dal punto di vista di Pallino, un cane di strada a cui un medico di fama mondiale, il professor Filip Filipovič Preobraženskij, impianta l’ipofisi di un uomo, un criminale morto durante una rissa, con esiti grotteschi e inaspettati. Nonostante il suo intento iniziale fosse quello di creare un elisir di giovinezza, ciò che accade al cane dopo l’operazione è un’immediata umanizzazione, che non significa affatto civilizzazione. Pallino si trasforma fisicamente, perde il manto canino e le sue ossa si allungano. Comincia pian piano ad acquisire i peggiori difetti dell’uomo: la capacità di linguaggio non migliora la comunicazione ma rende l’ex-cane arrogante e incline alla sfida verbale (“Come sarebbe a dire gironzolare? Le sue parole sono piuttosto offensive. Io cammino, come tutti”, risponde piccato Pallino al divieto del professore di “gironzolare” per il palazzo), aizzato contro il suo borghese salvatore anche dal Comitato Inquilini, un gruppo capeggiato dal bolscevico Svonder, che ha il compito di amministrare e ridistribuire gli spazi secondo le nuove regole comuniste. Il piano di lettura più immediato, puramente narrativo, è godibile e divertente: i personaggi sono ben caratterizzati e per tutto il tempo del racconto al lettore sembra di ascoltare le note dell’Aida di Verdi, con il professor Filipovič che canticchia in continuazione, per calmare i nervi e infondersi coraggio: “Su del Nilo al sacro lido…”. Il piano sotteso è quello che ha fatto sì che il testo fosse sequestrato nel 1926 (pochi mesi dopo la sua stesura) a casa dell’autore dal GlavLit (la Direzione generale per gli affari letterari e artistici, di fatto un istituto di censura per le opere non allineate al regime sovietico), costringendo l’editore potenziale, Nedra, a rispedire il libro a Bulgakov affinché lo correggesse. Non fu mai pubblicato prima della morte dell’autore e il ritrovamento del testo negli archivi segreti del KGB. Il libro è stato pubblicato in Unione Sovietica solo nel 1987 (la prima edizione italiana è del 1967, nel 1976 Alberto Lattuada ne ha tratto un film con Cochi Ponzoni, Max von Sydow, Eleonora Giorgi e Mario Adorf). La critica alla capacità dei Soviet russi di creare una società onesta e giusta ex-novo è evidente in ogni pagina, pur mascherata con la satira e la fantascienza, e rende Cuore di cane (così come gli altri suoi libri) un capolavoro immortale in cui narrativa e riflessione sociale e antropologica sono inseparabili. “Ecco adesso mi domando: perché? Trasformare un simpaticissimo cane in una porcheria da far drizzare i capelli”. Perché la libertà di una storia va ben al di là della Storia, mi verrebbe da dire.



 

 

 

 
 
 
 

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