Cuore, sopporta

Cuore, sopporta

Adele Salani ha superato da poco i quaranta e vive nella villa affacciata sul mare toscano progettata per la famiglia da suo padre, l’ingegnere, che per tutta la vita ha avuto soltanto il desiderio di far sentire al sicuro sua moglie e le sue figlie; lo ha fatto anche dopo la sua morte, intuendo che lì, a Roccamare in Maremma, la sua figlia più grande avrebbe potuto ritrovare la pace, la voglia di vivere. A volte “il mare è la cura”. Ci sono voluti tanti anni ad Adele, perché “Alla fine tutto, ma proprio tutto, è soltanto una questione di tempo”. Ma è stato molto difficile. È stato difficile conoscere la felicità e poi perdere tutto, ma proprio tutto, in un solo istante. Lui, Thomas, il pittore che con lei aveva ritrovato l’ispirazione di un tempo, l’aveva incontrato ad una cena, mentre cercava rifugio dalla solitudine della folla su una delle magiche terrazze di Roma. Lui aveva avuto la sua stessa idea. Adele, che fino a quel momento si era dedicata soltanto al suo lavoro in casa editrice e a pochissimo altro, era sbocciata come un fiore a primavera grazie a quell’amore. Era la stessa estate in cui Nina, la sua bellissima e inquieta sorellina, era partita per l’ennesimo viaggio, uno di quelli grazie ai quali era perennemente in fuga da tutto, e più di tutto da se stessa. Avrebbe potuto lavorare con un regista importante che l’aveva scelta per un suo film, ma Nina aveva rifiutato perché, diceva, si era trovata a “fare” l’attrice ma lei non “era” una attrice, e non intendeva farsi incastrare in un mondo che non sentiva suo. Quell’estate, dunque, era andata in India, come sempre da sola e quasi senza bagagli. Aveva ragione quando diceva ad Adele di non riuscire a “provare niente”? Era vero? Valeva soltanto per gli uomini che incontrava o anche per sua sorella? Eppure era sempre stato così forte il legame tra loro due, pure così diverse, Adele tranquilla, riflessiva, insicura, sempre a combattere con un senso invincibile di inadeguatezza, e Nina sfrontata e libera, sfuggente e spinta da un bisogno insopprimibile di conoscenza, perché quello che non riesce a capire veramente è se stessa. Da quell’estate era passato un anno, quasi un tempo sospeso di felicità mai immaginata possibile da Adele; le sembrava di avere tutto e di non poter desiderare più niente. Una sola telefonata era bastata distruggere tutto. Tutto. Per sempre. In quell’incidente d’auto sulla Salaria non era morto soltanto Thomas, ma anche la sua capacità di amare e di fidarsi di chiunque. I colpi bassi della vita non arrivano dall’ombra ma da dove credi ci sia luce, e imparare che non si conosce mai nessuno – nessuno – davvero è dura. Come le aveva detto Thomas una volta, “Mai fidarsi delle apparenze”...

Di questo romanzo, il terzo dopo Il sogno cattivo del 2007 e Anima viva del 2015, dell’attrice e regista Francesca d’Aloja, la prima cosa che colpisce e incanta è il titolo. Alla fine del libro, con un tocco di eleganza e apprezzabile onestà intellettuale, l’autrice riporta il celebre brano tratto dal Libro XXII dell’Odissea nel quale Ulisse con questa famosa esortazione - τέτλαθι δὲ κραδίη –, pur adirato alla vista delle ancelle che si concedono ai proci che infestano il suo palazzo, implora il suo cuore di trattenersi fino al momento della vendetta. Anche la protagonista del romanzo, Adele, attraversa un dolore, anche lei un tradimento , però doppio, che rischia di spezzarle il cuore e ha bisogno di aspettare, ha bisogno di tempo, molto tempo, per fare pace con se stessa e col mondo e ricominciare a vivere. Come fossero facce di una sola medaglia, entrambe le sorelle, Adele e Nina, sono due anime in equilibro precario e se Nina continua a cercarsi immaginando di riuscire a conoscersi soltanto in qualche luogo sperduto lontano da casa, Adele guarisce dalla sua insicurezza grazie all’amore per Thomas. “Niente è come sembra”, però, le ha detto lui e lei ha continuato a ignorare la sensazione che qualcosa le sfuggisse, a non vedere “la porta chiusa” come dice l’autrice in una intervista. La disillusione e il disincanto improvvisi per Adele sono devastanti; ritirarsi dal mondo le sembra l’unica sopravvivenza possibile. Il silenzio di una pineta e il mare – non a caso il luogo per eccellenza di Odisseo che diventa anche per lei cura e salvezza –, come fossero un letargo necessario per un animale ferito che deve recuperare le forze, sono il solo farmaco accettabile. Fino a che arriva anche un elemento imponderabile giunto chissà da dove, mandato da chissà chi, che sembra la summa del bisogno di sacro che aleggia tra le pagine di questo romanzo. Delle tre parti in cui la storia è divisa, le prime due sono più classiche e raccontano la storia di questa donna, la sua crescita e il suo crollo; la terza invece ha un tono completamente diverso, si colma di suggestioni e dolcezza, di una nota mistica e misteriosa arricchita da echi orientali, che aiuta Adele ad approdare ad una nuova sponda. A questa parte sono certamente riferite alcune belle affermazioni di Francesca d’Aloja: “Una fuga non è necessariamente un andare altrove, anche se a volte prendere le distanze non soltanto da sé ma da ciò che ci circonda può aiutarci a ritrovare un centro”, o anche: ”Il dolore produce una quantità di cose e fra queste trova spazio anche la bellezza”. Questo bel romanzo fa riflettere e interrogare sui rapporti che ci sembrano più solidi, sulla presunzione di conoscere davvero qualcuno, sui legami più forti come quelli di sangue e sulla capacità che hanno di superare il tradimento della più cieca fiducia. È quindi anche un romanzo sul perdono e sulla riconciliazione, pure se, in realtà, si può essere abbastanza d’accordo con l’autrice quando dice che personalmente ritiene l’oblio più praticabile del perdono. Ma, soprattutto, Cuore, sopporta è una storia che parla dell’animo umano, della capacità di accettare il dolore e di aspettare che il tempo necessario a guarirlo passi. Ha detto ancora l’autrice nella stessa intervista: “Il tempo lenisce e cura. Imparare ad attendere è di per sé una risorsa”. A proposito delle due protagoniste, è curioso quello che la d’Aloja ha detto quando ha spiegato che il suo intento era parlare di due figure con lo stesso codice familiare, così diverse e così unite da un legame totale che va oltre a tutto, e poi di aver scoperto soltanto alla fine che entrambe corrispondono a se stessa, Nina a come era lei in passato e Adele come è adesso. Questa è stata una prova importante per la scrittrice romana, sostanzialmente riuscita, perché dice di essersi liberata dalle strutture narrative - ovvero i temi di fondo presenti nei due romanzi precedenti - che da un lato limitano ma anche proteggono l’autore, e di averlo fatto per raccontare semplicemente e liberamente una storia. Una storia che ci ​ assomiglia per tanti versi, che scalda il cuore, che fa bene leggere e che non deluderà la lettrice che aspetta soltanto qualcuno che le dica che è possibile risalire l’abisso nel quale a volte la vita ci sprofonda. Che vale la pena esortare il cuore, come Ulisse, a resistere e ad andare avanti.



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