D’amore e baccalà

D’amore e baccalà
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Alessio è atterrato con un balzo su un tram, approfittando della fermata in Escolas Gerais, e sta per precipitarne dalla scaletta dell’uscita posteriore, consapevole tra l’altro dell’enorme sciocchezza che sta facendo, e pressoché convinto, per giunta, che l’autista stia facendo di tutto appositamente per farlo ruzzolare giù, mentre ancora gli balla nello stomaco un ottimo pastel de nata. Attaccarsi al tram a scrocco è, del resto, una picaresca tradizione locale di chi non ha soldi – in Italia del resto si dice “fare il portoghese” per indicare chi non paga quel che dovrebbe – e/o è in ritardo immortalata dal personaggio, un marinaio bukowskiano, di Bruno Ganz nella pellicola Dans la ville blanche, film di Alain Tanner che ha visto ieri sera prima di partire per il Portogallo, e per molti il più bello mai ambientato a Lisbona. Solo che Alessio il biglietto ce l’ha, anzi, ha una tessera magnetica caricata con ben 20 euro che gli dà il diritto a salire su tutti gli autobus, tram, metropolitane, funicolari, elevatori e trabiccoli vari (forse anche a comprarsi l’autista stesso, chissà…) messi a disposizione degli utenti che vogliono evitare le infinite salite e le altrettante discese di questa città-groviglio di sette colline attorcigliate. E non è nemmeno in ritardo. Ha tutta una settimana per scrivere di cibo e realizzare il sogno di una vita, unire le sue tre più grandi passioni: viaggio, letteratura e cucina, alla scoperta dei segreti e delle prelibatezze della città che più ama al mondo, e che sta visitando per la quarta volta. Ma niente, ormai la frittata è fatta. Cade. E, quando si risveglia, la prima cosa che vede sono dei magnifici azulejos che raffigurano Filemone e Bauci tramutati insieme in alberi per l’eternità. È steso su un letto diversamente comodo ma che odora magnificamente di bucato, e…

Di Lisbona, la capitale europea (la cui storia inizia nel neolitico e passa attraverso anche la dominazione araba e la Reconquista), isole escluse, più occidentale che ci sia, quella in cui riecheggia a ogni piè sospinto la malinconia melodica del fado, punteggiata dallo splendore sgargiante delle mattonelle che prendono il nome di azulejos, percorsa da tram simbolici – soprattutto la linea numero 28 – come altrove solo San Francisco e nel cui panorama si stagliano, tra gli altri, il monumento alle scoperte e la torre di Belém, che pare sorgere dalle acque, oltre che l’unica che si affaccia sull’oceano, nella fattispecie, evidentemente, l’Atlantico, hanno parlato in tanti. Per esempio Pessoa, Tabucchi, Saramago, Bernhard, Buck, Vila-Matas, Bairo, Cardoso Pires, Muñoz Molina, Grassano, Zimler e, tra gli altri, persino Remarque: è una città affascinante e suggestiva, che ricorda nel ritratto (vividissimo, chiaro, limpido, lineare, intenso, appassionante, intrigante e ironico, ricchissimo di citazioni e riferimenti mai grossolani, in cui non è banalmente uno sfondo, ma un vero e proprio personaggio principale) che ne fa Alessio Romano un altro centro lusitano, Porto, nella visione che ne dà Gabe Klinger nel suo drammatico, romantico e bellissimo film che proprio dalla città prende il titolo, sulla storia d’un amore infelice che si rincorre e si dipana per vie, piazze e strade, con protagonista il mai abbastanza compianto Anton Yelchin. E la storia profumata di baccalà, alimento principe della cucina portoghese, che sa imbandirlo in mille e forse più modi, che Romano racconta con souplesse e brillantezza è quella di un amore, croce e delizia, sorprendente e improvviso nato per caso in una taverna tra Alessio e Beatriz, una cameriera. Una caduta dal già nominato tram però cambia tutto, e la narrazione diventa qualcosa di molto più simile a una sensuale danza tra sogno e realtà.



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