Da lontano sembrano mosche

Da lontano sembrano mosche
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Buenos Aires. In una lussuosissima stanza dell’Imperio il cono di luce dell’alba che filtra tra le tende dischiuse va dritto a morire sui boccoli biondi che la ragazza accovacciata tra le gambe del signor Machi comincia a muovere a ritmo sempre più serrato. Il signor Machi inarca la schiena sulla poltrona in pelle e le affonda una mano tra i capelli mentre arriva a compimento del suo piacere. Poi dopo gli spasmi scosta la bionda da sé e si accende un Montecristo espirandone godurioso anelli di fumo in controluce. La ragazza si prepara qualche striscia di coca, poi lascia la stanza sculettando. Lui osservandole ancora voglioso il culo chiama Mirta, sua moglie, avvisandola che sta tornando a casa per la colazione. La donna risponde sarcastica ma lui ha già buttato giù. Di sotto il gorilla con la testa rasata che è di guardia al garage dell’Imperio gli porge le chiavi della sua BMW. Avvolto nel sedile che sembra raso sulle sue natiche, dopo aver preso dal cruscotto i suoi occhiali da sole Versace, il signor Machi pensa che il successo dev’essere proprio qualcosa che assomiglia a questo. Una BMW sotto il culo, una troia all’alba che ti spompina come un’assatanata mentre aspiri un delizioso Montecristo, il potersi tirare la miglior coca del Sud America, tutto sommato persino quella rompicoglioni di sua moglie Mirta. Pensa a tutto questo, imboccando la Panamericana. Poi di colpo un sobbalzo dell’auto, un leggero inarcarsi verso destra. Deve aver certamente forato. Accosta già imprecando per quel contrattempo e avvisa immediatamente l’assicurazione di mandargli un carro attrezzi. Scende dalla berlina e vede quattro chiodi infilati nella ruota anteriore. Qualcosa comincia a non tornargli. Prende dal cruscotto la sua Glock .45 poi apre il bagagliaio per prendere il caricatore. Ed è proprio in quel momento che scorge la figura di quell’uomo raggomitolato, con il viso sfigurato. Il sangue è dappertutto. Da che diavolo di distanza gli possono aver sparato per ridurgli i lineamenti così? Da quanto sarà morto? Ma sopratutto che diavolo ci fa quel cadavere nella sua BMW da duecentocinquantamila dollari?

Lo scrittore argentino Kike Ferrari, che con questo romanzo prima di approdare a Feltrinelli era già apparso in Italia grazie ad una piccola casa editrice indipendente ‒ la Pensa Multimedia ‒, è ormai noto invece sopratutto per la sua bukowskiana vita privata, divisa fra il suo lavoro diurno come addetto alle pulizie della metropolitana di Buenos Aires e quello notturno di scrittore. Ma al di là di questa curiosità, c’è da dire che la sua scrittura è puro tritolo pronto a detonarti tra le mani al primo impercettibile scossone. Proprio come il suo cavalier Machi, quintessenza e personificazione di un’Argentina marcia, nella quale i nuovi ricchi hanno fatto soldi a palate grazie a giri illeciti, politici corrotti e affari sporchi, mentre tra i barrios si spara per un nonnulla e la coca scorre a fiumi. Il signor Machi è un personaggio impregnato di arrivismo, coca e viagra fino al midollo, un uomo che ha costruito il suo impero senza badare troppo a quali mani ha dovuto stringere, accecato dal solo obiettivo di arrivare più in alto e il più in fretta possibile. Eppure questa montagna d’avorio che si è costruito intorno dove son tutti ai suoi piedi, dove tutto è merce acquistabile, un giorno per un insignificante e banale incidente rischia di mandargli il giocattolo in tilt. Il cadavere sfigurato che giace nella sua BMW non è infatti faccenda da poter risolvere a suon di bigliettoni. Tocca rimboccarsi le maniche e affondare le mani lì dove il pericolo è reale, dove si ammazza per uno sguardo sbagliato, dove chi sbaglia non torna più indietro.



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