Da qualche parte in Africa

Da qualche parte in Africa
Helder Macedo è un docente universitario di letteratura portoghese, in congedo sabbatico a cinquant’anni suonati dalla prestigiosa cattedra Camoes di cui è titolare al King’s college di Londra. Contemplando il paesaggio della bella casa che lo ospita, di proprietà del suo amico Bartolomeu Cid Do Santos, si propone di ripercorrere episodi e personaggi che hanno percorso la sua formidabile vita, attraversando la Lisbona letteraria, salazarista e colonizzatrice e nello stesso tempo l’Africa colonizzata e vittima di soprusi. Macedo è figlio e nipote di eminenti politici, entrambi entrati nei quadri amministrativi delle colonie: per questo nasce e trascorre i suoi primi 12 anni di vita in Mozambico, poi in Guinea e a Sao Tomè.. Il giovane Macedo  poco condivide le istanze conservatrici della sua famiglia:  una volta tornato a Lisbona, per fare l’università, si avvicina agli studi di diritto ma è più interessato alla letteratura, passione che condivide con tanti amici con cui si incontra al caffè Gelo, sotto stretta sorveglianza della Pide, la crudele e repressiva polizia politica portoghese. Proprio per evitare di essere perseguito, Macedo è costretto all’autoesilio a Londra, mentre la storia portoghese continua il suo tragico andirivieni tra le colonie africane soffocate dal sangue- ad esempio la Guinea, dove Macedo capita assieme alla sua prima ragazza, “una creatura color del rame”, mentre i suoi compatrioti sono impegnati in una “guerra senza quartiere e senza senso tra coloro che lottano per conservare una colonia irrilevante e coloro che lottano per trasformarla in un paese irrealizzabile”. Finora le ombre della gioventù e di un passato pieno di fughe e dolore. Poi le luci: al telefono, il 25 aprile del 1974, l’annuncio della tanto attesa rivoluzione… 
Geniale, ironico, dissacrante Helder Macedo si racconta, tra verità e finzione, autoanalisi e descrizione storica,  humour e tragedia. Portoghese ma cresciuto fra Sudafrica e Mozambico, docente universitario, oppositore del regime fascista di Salazar, prima poeta, poi romanziere, ministro della cultura nel 1979 e titolare di numerose cattedre di letteratura: l’autore di quest’opera stravagante è un personaggio variegato e complesso, tanto quanto il suo stile che , come lui stesso ammette, “è obliquo e dissimulato, interpretazione personale e vagamente originale della nobile tradizione di dire fischi per fiaschi, che è quella di tutta la poesia che si rispetti e della prosa che preferisco”. Da qualche parte in Africa non è una lettura semplice, tantomeno rilassante: per intenderci, il primo capitolo si intitola «In cui l’autore si dissocia da se stesso e disdice il proposito del suo libro» e l’ultimo “ In cui l’autore si congeda da se stesso e riafferma il non proposito del libro”, entrambi elementi che denotano una folle genialità letteraria. Ma perché vale la pena addentrarsi in questo piccolo mondo complicato e grottesco? Per trovare uno dei pochi veri romanzi postcoloniali che raccontino sia i colonizzatori che i colonizzati, chi l’ha vissuta da dentro chi da fuori, a volte metaforicamente ma in maniera tremendamente reale. E perché, ammettiamolo, il buon apparato critico del libro permette di contestualizzarlo e di mettere a fuoco al meglio le più ostiche estrosità di Macedo.

Leggi l'intervista a Helder Macedo

 

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER