Dal big bang ai buchi neri

Dal big bang ai buchi neri

Due teorie fondamentali descrivono, ciascuna in modo parziale, l’universo: la teoria generale della relatività di Einstein, che delinea la gravità e la struttura dell’esistente su scale molto grandi, e la meccanica quantistica, che si occupa dei fenomeni su scale estremamente piccole. Nel 1965 il matematico e fisico britannico Roger Penrose dimostra che una stella morente è destinata ad un collasso gravitazionale che la porta ad implodere in una regione dello spazio la cui superficie si contrae sino ad avere dimensioni e volume nulli, ove la densità della materia e la curvatura dello spazio-tempo divengono infinite, generando una singolarità, un black hole, un buco nero; un giovane ricercatore all’Università di Cambridge ‒ a cui da pochi anni è stata diagnosticata una malattia del motoneurone che sembra lasciargli pochi anni di vita ‒ comprende che il teorema di Penrose ha un’altra implicazione: invertendo la direzione del tempo, un universo in espansione ‒ quale sembra essere il nostro - deve necessariamente aver avuto inizio da un’altra singolarità: il big bang; si chiama Stephen Hawking, e nonostante la patologia ‒ che sembra avere un decorso più lento di quanto prospettatogli ‒ inizia ad elaborare la sua intuizione che lo porta, nel 1970, a pubblicare proprio con Penrose un articolo a firma congiunta, che stabilisce l’ esistenza del big bang come diretta conseguenza della teoria della relatività. Ma nella fase iniziale della sua vita, l’universo deve essere stato così piccolo da sottostare non alle leggi della relatività, ma della meccanica quantistica. Possono allora le due teorie combinarsi in una “singola teoria quantistica della gravità”?

Stephen William Hawking è stato probabilmente il più noto fisico contemporaneo dopo Einstein. Titolare della cattedra lucasiana di Matematica a Cambridge, cosmologo, figura iconica di scienziato costretto dalla propria malattia progressiva ‒ una forma di sclerosi laterale amiotrofica ‒ alla sedia a rotelle ed alla comunicazione mediante un sintetizzatore vocale, nel 1988 iniziò una proficua carriera di divulgatore con questo Dal big bang ai buchi neri - Breve storia del tempo (in originale A Brief History of Time: From the Big Bang to Black Holes). Hawking raccontava tra il faceto ed il serio che, tra le motivazioni che lo avevano spinto a scrivere un libro che si potesse vendere “nelle librerie degli aeroporti” vi era “l’esigenza di guadagnare del denaro per pagare le rette scolastiche di mia figlia” ed il voler spiegare “quanto [...] ci eravamo spinti in avanti nella comprensione dell’universo”. I capitoli su quei misteriosi oggetti cosmici che sono i buchi neri costituiscono il fulcro vivo ed intenso di un’opera, che ‒ con qualche necessario passaggio tecnico su cui spendere qualche minuto di approfondimento ‒ chiarifica non solo quanto è attualmente conosciuto, o è stato ipotizzato, sulle particelle subatomiche, sulle origini e forse sul termine dell’universo, su come nascono e cosa accade alle stelle quando il combustibile nucleare si esaurisce, sul tempo e sulla teoria delle stringhe, ma le motivazioni stesse di una vita spesa (fino alla morte avvenuta il 14 marzo 2018) alla ricerca di quella “teoria completa che descrivesse l’universo e tutto ciò che ne fa parte”, in grado di fornire finalmente uno strumento per capire a fondo e definitivamente l’esistente. Questa edizione deluxe è arricchita con numerose foto dello spazio provenienti dai più importanti centri di osservazione astronomica, tra cui l’osservatorio NASA e Space Hubble.



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