Dalia nera

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L’hanno trovata fra le erbacce in un’area abbandonata, il corpo nudo e martoriato tagliato in due all’altezza dei fianchi, il viso sfigurato, la bocca squarciata da un orecchio all’altro come quella di Gwynplaine. Si chiamava Elizabeth Short, aveva 22 anni. Per fare colpo portava sempre vestiti neri aderenti, così un giornalista, ispirato dal film La dalia azzurra, ha avuto la bella pensata di chiamarla Dalia nera. La faccenda fa rumore nella Los Angeles del ’47 invadendo le pagine dei tabloid. Sono Dwight Bleichert e Lee Blanchart a svolgere le indagini. Tutti e due tirano di boxe con stili diversi come il ghiaccio dal fuoco e il loro sodalizio inizia proprio sul ring: Dwight, il signor Ghiaccio, contro Blanchart, il signor Fuoco, incrociano i guantoni in un incontro voluto dal viceprocuratore distrettuale Ellis Loew per ragioni di propaganda elettorale. Oltre al lavoro c’è anche una donna che li tiene uniti, Kay Lake, ex pupa di gangster che da anni convive con Lee. Entrambi la amano, ma nel triangolo virtuale (e virtuoso, visto che Bleichert è ligio ai sacri vincoli dell’amicizia) si insinua la Dalia, che li risucchia e li ossessiona. Le indagini scavano nel sordido sottobosco di Hollywood dove Betty sognava di trovare il suo posto al sole, come le tante Norma Jeane Baker prive del talento per diventare Marilyn Monroe che hanno perso la partita col successo e sono finite male. Un giorno Lee scompare all’improvviso e Dwight si ritrova solo, con Kay fra le braccia, Betty nella mente e una terza donna sotto le lenzuola, la viziata e viziosa Madeleine Sprague, che somiglia alla Dalia come una goccia d’acqua e lo trascina in un torbido gorgo dove scoprirà come e perché è potuto succedere quell’orrore...

Comincia con Dalia nera, portato sullo schermo da Brian De Palma nel 2006, la tetralogia di Los Angeles di James Ellroy, uno dei grandi della letteratura americana del nostro tempo. Ci sono due tragici fatti di cronaca all’origine di questo noir cupo e disperato, scritto – recita la dedica iniziale – “in lettere di sangue”: il delitto di cui rimase vittima sua madre, strangolata e gettata in un fosso da un killer mai identificato, e l’omicidio, anche questo irrisolto, di Elizabeth Short. Su come sia stata massacrata la Dalia Nera Ellroy non si è inventato nulla. Le foto del coroner (on line su crime scene photos) ci sbattono in faccia quello scempio senza lasciare nulla all’immaginazione, come gli scatti di un Weegee che abbia impressionato la pellicola coi limiti estremi della depravazione. L’episodio criminale diventa nucleo di un plot complesso e affollato, raccontato con uno stile ruvido che mostra sottopelle venature di romanticismo e ci sprofonda in un’atmosfera più malsana di una palude. Nessuno è innocente. Non i tutori dell’ordine che sono i primi a trasgredire le regole che dovrebbero far rispettare, tutti dal più al meno corrotti o con qualche peccato da tenere nascosto. Non i potenti spietati e gli speculatori arricchiti, non la fauna che bazzica intorno al mondo falso-patinato del cinema e che dai set di terz’ordine scende giù giù, fino ai porno rudimentali girati con attricette mancate, sbarcate di fresco dalla provincia con una valigia piena di illusioni. Non è innocente nemmeno Elizabeth Short (quella letteraria, non quella reale), “una ragazza triste e una puttana, nella migliore delle ipotesi una fallita”, per usare le parole di Dwight. Una che è corsa incontro al suo gramo destino sui pattini a rotelle per fare più in fretta. Ellroy ricorre all’hard boiled per raccontare il degrado degli ambienti polizieschi, dello star system, della società. Ci tiene alle corde colpendo duro per oltre 300 pagine con un romanzo stordente e perturbante, che non fa sconti e non concede consolazioni. Perché questa era la Los Angeles degli anni ‘50, questa era ed è l’America. Questo è il genere umano.



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