Danilov,il violista

La vita può essere davvero complicata se sei un figlio illegittimo. Se poi tuo padre non è un essere umano ma un demone e tu sei soggetto anche alle leggi dell’Altro Mondo, la situazione si complica ulteriormente. Danilov si trova metaforicamente in un limbo: la Cancelleria dell’ordine ha deciso di dargli la possibilità di dimostrare la sua “demonità”. Sempre la Cancelleria ha deciso di mandarlo sulla Terra (che in fin dei conti è per metà il suo pianeta d’origine), a fronte della firma di un contratto. È un contratto che sulla Terra sarebbe annullabile, contiene la bellezza di centotre clausole che in realtà sono i doveri del povero Danilov, ma che nel territorio dei demoni è assolutamente legale. Così viene paracadutato in un orfanotrofio di Mosca nel 1943 e gli viene attribuita l’età di sette anni; uno degli educatori si accorge del suo talento musicale e lo instrada verso quel campo. Quindi collegio musicale, poi conservatorio e infine il lavoro nelle orchestre, prima in radio poi in teatro. Danilov ha molti amici, frequenta una variegata fetta del mondo moscovita, ha comprato per tremila rubli una viola di Albani (uno strumento prezioso, che corrisponde a un violino Stradivari, per dire) e con quella esegue i suoi concerti, sia in orchestra che da solista. Ha anche una ex moglie, che un pochino lo tiranneggia ma con affetto, e incontra anche una donna che forse potrebbe diventare più di un’amica. Ma prima di tutto deve risolvere un problema che potrebbe rivelarsi piuttosto grosso. Ha ricevuto una Convocazione e questo, a occhio e croce, significa che la Cancelleria ha qualcosa da contestargli. Di cosa si tratti (vi ricordate il contratto con centotre clausole?) non ha idea, ma la cosa lo agita un po’. Tenta comunque di non pensarci, continua a suonare a fare la sua – strana – vita, riamane una persona gentile e si impone di usare il meno possibile il braccialetto che ha in dotazione, quello che spostando una placchetta, attiva o disattiva i poteri che gli vengono dalla sua condizione di semidemone…

Vladimir Orlov, giornalista e autore russo scomparso nel 2014, ha acquisito in patria una certa notorietà proprio per i romanzi del ciclo di Danilov. Le sue opere realistiche, invece, per la maggior parte non hanno trovato pubblicazione per ragioni politiche. Questo Danilov il violista (uscito nel 1980) risente pesantemente ma in maniera gradevolissima dell’influenza di alcuni grandi autori russi, da Bulgakov a Gogol: surreale il linguaggio, surreali le situazioni, surreale – al di là di quanto la sua situazione già non lo sia – è anche la figura stessa di Danilov. La storia, come detto, è quella di un mezzo uomo e mezzo demone con tutto quello che questo può comportare. Il suonatore di viola è un personaggio delizioso che rimane tale anche nella sua veste demoniaca, è un essere gentile che se fa qualche disastro (e vi assicuro che non mancano), è solo perché ha “preso male le misure”. Un pochino complicata la lettura per chi non sia avvezzo allo stile e ai temi della letteratura russa, inoltre i nomi, i cognomi e i patronimici possono decisamente mandare in confusione, anche perché l’autore – come da tradizione, del resto – non lesina sui personaggi che animano la vita di Danilov Vladimir Alekseevič. Il racconto si snoda fra concerti (lavoro), inviti a pranzo regolari a cui il protagonista per qualche strana ragione si sente in obbligo di aderire, commissioni su commissioni spesso per terzi, e un paio di pantaloni che giacciono in lavanderia in attesa di essere ritirati. Leggendolo, fra le altre cose, si scopre anche la verità sui disegni di Nazca, la storia di un gigantesco toro blu che passa da Madrid al gelo della Russia continuando a dormire e un sacco di altre cose buffe anzichenò. Un romanzo consigliato a chi ama i surrealisti russi, ma anche lo humour e l’ironia di un P. G. Wodehouse. Visionario più che fantastico, garantisce qualche giorno di divertimento leggero ma intelligente.

 


 

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