Davanti alla mia porta

Davanti alla mia porta

Un gruppo di tessitori dai volti segnati dalla fatica si raccoglie intorno a un cancello, un giorno di protesta. Avanza, nella rivolta. Una madre tiene tra le nodose mani la testa della sua bambina, ruvido chiaroscuro di un interno. Corpi nudi, raccolti a terra, una madre stringe il più forte possibile il corpo della figlia morta. Le ombre della Grande Guerra. Berlino, i giovani partono per andare a combattere. Partono e non tornano. Marcia disperata di un corpo di donna tra la morte che trattiene e la vita che si aggrappa al seno. Periodi di malessere, lontano dal lavoro, dallo stimolo creativo, periodo in cui si affonda, dentro, e non si trovano appigli per risalire. Periodi in cui torna il ricordo del figlio Peter, morto in guerra; l’amore per Karl che s’infanga in paludi di gelosia. La madre è assente, è spettatrice alla finestra. Un pianoforte suona nella stanza. In un’altra si parla di guerra, di ideologia, del prendere partito, del proletariato oppresso. La morte afferra una donna. Un’altra raccoglie nel suo abbraccio protettivo un gruppo di bambini: le sementi non sono da macinare. La mano dell’artista incide la sofferenza umana, risale questa faticosa china che si imprime nella sua pelle, fin nel profondo…

Brevi passaggi di diario, negli anni che in Germania si affacciano sulla prima guerra mondiale. Tra le parole, s’incidono i disegni, corpi nudi di chiaroscuri scolpiti, sofferenza nella carne esposta, nella carne tirata, nell’orrore impresso negli occhi di una madre. Käthe Kollwitz abita per cinquant’anni il quartiere Prenzlauer Berg di Berlino con il marito Karl, di professione medico. Litografie, acqueforti, sculture: attraverso una multiforme “incisione della vita”, la Kollwitz racconta il suo percorso artistico e vitale, riflesso nelle pagine scelte di diario che vanno dal 1910 al 1936. Giorni felici, giorni di lavoro intenso, apprezzato, si alternano a ombroso ritrarsi interno, luoghi sterili, di malessere, in cui il corpo che Kathe abita è visto nel suo invecchiare, appassire, consumarsi. Rendere la sofferenza umana, ma non sempre è possibile, sopratutto quando la vecchiaia irreversibile è percepita in tutto il corpo. Creatura malinconica, così si descrive Käthe, condizione che a volte la abbandona, ma poi “si rifà sotto, dandomi l’assalto, e mi lima, mi lima”. Rumore di questo limare, nei giorni che si susseguono, nei frammenti dell’intimo. Lampi di uno smuoversi improvviso: lavoro creativo, composizione di forme umane, in cerca dell’autentico e dell’essenziale.



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