David Foster Wallace - Un’intervista inedita

David Foster Wallace - un’intervista inedita
Realizzata nel settembre del 2006, ovvero nell’Anno della Lavastoviglie Silenziosa Maytag se volessimo seguire il calendario di Infinite Jest, questa lunga intervista allo scrittore americano David Foster Wallace aveva come pretesto il decimo anniversario della pubblicazione proprio di Infinite Jest, romanzo dalla trama complessa e ambientato a Boston in un futuro non molto lontano, nel quale Stati Uniti, Canada e Messico sono riuniti in un’unica grande nazione chiamata ONAN (acronimo di Organization of North American Nations) e le aziende comprano il diritto di cambiare il nome dell’anno con il nome di un loro prodotto. Secondo le intenzioni del giornalista russo Ostap Karmodi, il colloquio telefonico avrebbe dovuto durare non più di dieci minuti, ma si trasformò, per quasi due ore, in un appassionato scambio di opinioni. Stralci di questa intervista vennero trasmesse da Radio Svoboda e uscirono sulla The New York Review e sulla rivista SHO. In questo libro compare invece la versione integrale, interessante perché rivela il carattere brillante e l’intelligenza genuina di uno scrittore scomparso troppo presto (Wallace fu rinvenuto impiccato nel patio di casa sua il 12 settembre del 2008), e che di certo avrebbe contribuito, alla sua maniera, a colmare il bisogno di curiosità e a stimolare la conoscenza e l’immaginazione di moltissime persone. Gli argomenti affrontati sono molteplici e riguardano soprattutto la direzione presa (ormai dieci anni fa) dalla società, prima di tutto americana, e poi più in generale moderna. Wallace e Karmodi discutono di consumismo, se davvero tutto ciò che ci circonda stia cercando di venderci qualche cosa, se questo consumismo possa essere considerato pericoloso e se non possa sfociare in una sorta di spasmodica reazione collettiva (backlash). Riferendosi al modello americano, Wallace spiega come la gente sia stata educata alla diffidenza, convinta che nessuno ormai creda più nei valori etici e che tutto sia più o meno una grossa rappresentazione o una messa in scena. La conseguenza è che tutti hanno paura di essere sfruttati e per questo sentono di dover essere cinici, calcolatori. Un atteggiamento sufficiente a spiegare il periodo di depressione e rabbia che l’America sta attraversando in quel preciso momento storico, durante il quale George W. Bush è il Presidente degli Stati Uniti. Wallace ipotizza e confida in un cambiamento, che lo scrittore non vedrà e che forse con Obama gli USA stanno tentando di intraprendere…
Tra i due si parla poi di letteratura e, citando lo scrittore russo moderno Viktor Pelevin, ci si sofferma sull’affermazione secondo la quale il personaggio principale del cinema e della letteratura popolare moderna è una valigetta nera piena di soldi. Per lo più ne seguiamo il destino e anche i personaggi che dovrebbero essere i principali protagonisti non fanno altro che incanalare l’attenzione verso questa valigetta. Ed è davvero così che vanno le cose. Ma si prosegue, e ci si chiede quale sia la differenza tra intrattenimento artistico, propaganda e arte pura. La risposta, semmai una risposta univoca ci possa essere, non è affatto semplice. Ogni tentativo di trovarne una viene subito confutato da mille argomentazioni altrettanto valide. Gli scambi di opinioni continuano, passando da un argomento all’altro, perché gli spunti e gli stimoli sono tanti. Si parla di democrazia e qui Wallace sembra spaventarsi, perché quel che vede è un’arma estremamente pericolosa in mano a dei bambini spregiudicati. Cioè, dice, il privilegio di vivere in società democratiche più o meno aperte permette a chiunque di inventarsi un modo per abusare di ogni libertà e il problema diventa come evitare queste situazioni senza limitare irrevocabilmente la libertà. Perché non c’è un vero confine tra il mio e il tuo diritto, ma è un continuum che non ha paletti. La democrazia contiene in sé un potere talmente forte che gli uomini si sentono autorizzati a reclamarne ciascuno il diritto d’uso esclusivo e questo, dice Wallace, fa ammattire. E non so proprio come dargli torto. 

 

 

 

 
 
 
 
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