David Golder

David Golder
A 68 anni David Golder è all’apice del proprio successo: un magnate del petrolio che grazie ad un fato quanto mai propizio ha comprato le azioni giuste al momento giusto. Senza cedere al gusto dell’avventura o dell’ignoto, senza concedersi il brivido del rischio che ha rovinato altri suoi colleghi, è riuscito a costruire quella che sembra una solida fortuna che si appresta a godersi da solo grazie alla provvidenziale dipartita del suo vecchio, scomodo, “stanco” socio Marcus. È un concetto con cui lo stesso Golder ha familiarizzato da poco quello della stanchezza, una coltre fredda e umidiccia che lo avvolge sempre più stretto, che finirà per decretarne la rovina, limitandone la capacità di giudizio, prendendogli la mano al momento di scelte decisive, coartandone la volontà dinanzi alle richieste sempre più pressanti di una figlia, Joyce, capricciosa e troppo consapevole di essere amata, e di una moglie, Gloria, ricoperta di gioielli come un idolo barbaro ed altrettanto fredda e distante. Golder si muove con profondo scetticismo e malcelato o addirittura ostentato disprezzo per i suoi colleghi d’affari, con il loro piccolo mondo di anacronismi, passioni nascoste, piccoli e grandi difetti riconducibili a suo parere al loro giudaismo…
L’impietoso ritratto che una scrittrice ebrea, sul punto di essere ella stessa deportata, lascia della borghesia ebraica e della pulsione ad arricchirsi degli anni a ridosso dell’Olocausto è valso alla Némirovsky i giudizi più ingenerosi, nascondendo per anni l’immenso valore letterario di quest’opera dietro il velo ipocrita del politically correct. David Golder brilla della patina di immortalità di tutte le grandi opere, ne condivide i destini e pertanto continuerà a parlare con voce stentorea al lettore di qualsiasi epoca, ma l’attualità del suo messaggio non può esimere dal primo dovere di chi approccia un’opera meno che contemporanea: la contestualizzazione. Tra la fine dell’800 e la metà del ‘900 le stereotipizzazioni razziali erano la norma in tutto il mondo occidentale, talmente radicate da essere patrimonio comune a perseguitati e persecutori, eternate da intellettuali illuminati, “scienziati” e politici progressisti, oltre che da dittatori e sistemi politici aberranti. La dissacrante concezione che Golder ha dei suoi colleghi ebrei non è dissimile dall’ansia con cui Josephine Baker tentava di distinguere la propria negresse  da altre con caratteri fisici più marcati, ma che non  ha tolto forza alla sua lotta per i diritti civili.

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