Via dei ladri

Via dei ladri
Lakhdar ha diciassette anni e passa il tempo al porto di Tangeri insieme all’amico Bassam, parlando di donne mentre osservano le grandi navi che fanno la spola con la costa spagnola. Bassam sogna l’Europa, Lakhdar no, a lui il suo paese piace non pensa di andarsene e – soprattutto – gli piace la cugina Meryem che è al centro di tutte le sue fantasie erotiche. La sua vita avrà una svolta inaspettata proprio quando il padre, musulmano ultraortodosso, lo scoprirà nudo insieme alla cugina e lo caccerà di casa. Grazie all’orgoglio ostinato e un po’ stupido della giovinezza, Lakhdar si metterà in marcia e non tornerà mai più. La sua vita sarà una continua peregrinazione, prima come libraio per conto di un misterioso centro culturale islamico gestito da un ricco e ambiguo arabo saudita che si fa chiamare sceicco, poi come mozzo in una nave che rimarrà bloccata nel porto di Tarifa, in Spagna, perché l’armatore non ha più soldi per pagare l’equipaggio. Ecco dunque l’Europa, il continente in cui, quasi suo malgrado, Lakhdar sembra essere approdato e forse qui potrà ricominciare a vivere, magari rimettendosi in contatto con Judit, la bella ragazza di Barcellona che aveva conosciuto in Marocco…
Un romanzo straordinario, questo di Mathias Énard, costruito con un ritmo e una lingua impeccabili. L’avventurosa vita di Lakhdar, per quanto costellata da fatti e personaggi incredibili, più che picaresca appare tragicamente epica, seppur narrata con uno stile disincantato, freddo e beffardo che ricorda i grandi romanzi di Jean-Claude Izzo, non a caso citato nel testo. Lakhdar, attraverso un serrato racconto in prima persona, ci mostra dal di dentro – come raramente altri romanzi o film hanno saputo fare – gli eventi che stanno stravolgendo il mondo arabo e hanno ripercussioni anche nel nostro continente: dalle primavere arabe in Marocco, Egitto e Tunisia, fino all’indignazione spagnola di Piazza de Catalunya a Barcellona. Attraverso gli occhi spalancati del protagonista noi vediamo tutto questo, ma vediamo e basta, perché nel libro non ci sono intenti formativi, prese di consapevolezza, né tanto meno giudizi o predizioni sociologiche. Lakhdar è un testimone del nostro tempo e come tale va ascoltato, letto, con assoluta attenzione, empatia e riconoscenza.

 

 

 
 
 
 
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