Delitto e castigo

Delitto e castigo
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A Pietroburgo, in un abbaino tanto angusto da sembrare un armadio, l’ex studente Raskòlnikov cova un progetto che dovrebbe affrancarlo dal degrado in cui è sprofondato. La miseria l’ha costretto a interrompere gli studi, è braccato dalla povertà, pieno di rancore e disprezzo per la vita. Per uscire da quell’inferno gli basterebbe un atto di coraggio. C’è una vecchia usuraia, una donnetta piccina e asciutta, con gli occhietti avidi e maligni, che non vale più di un pidocchio. Se l’accoppasse e la derubasse, con i suoi soldi potrebbe finire l’università, costruirsi una carriera, esser di sostegno alla famiglia. Sarebbe illecito per la legge, non per la sua coscienza. Tanti grandi uomini hanno iniziato così la propria ascesa, non facendosi scrupolo di calpestare degli esseri inutili per raggiungere un alto obiettivo. Quasi per mettersi alla prova, Raskòlnikov va a casa della donna portandole in pegno uno dei suoi ultimi averi. Ne esce turbato, dilaniato. I passi incerti lo conducono in una bettola dove l’ubriacone Marmelàdov gli riversa addosso le sue disgrazie: il vizio del bere, l’incapacità di conservarsi un impiego, la moglie tisica che non sa come sfamare i tre figli piccoli e la figlia maggiore, la timida Sònja, che si prostituisce per non lasciarli morire tutti quanti di fame. Tornato al suo stambugio, l’aspirante omicida passa una notte inquieta. Il suo stato d’animo bilioso aumenta quando apprende da una lettera della madre che sua sorella Dùnja sta per sposare un individuo gretto e meschino. Il perché, anche se non detto, è chiaro: è per poterlo aiutare. Ma che differenza c’è fra vendersi in quel rispettabile matrimonio senza passione e senza stima e farlo per strada come Sònja? È la goccia che fa traboccare la sua esasperazione. Raskòlnikov prende un’accetta, la nasconde sotto al soprabito e va a commettere il suo delitto...

Il plot di Delitto e castigo è incastonato fra due incubi di Rodiòn Raskòlnikov. Uno, nei capitoli iniziali, in cui il giovane si vede bambino, mentre assiste sconvolto al massacro di un cavallo per mano del suo padrone, ebbro, istigato da una piccola folla altrettanto alticcia. L’altro, apocalittico, nel capitolo finale, dove sogna che il mondo sia vittima di una pestilenza a causa della quale gli uomini impazziscono. Ognuno è convinto di essere il solo depositario della verità e tutti si sterminano a vicenda, aizzati da una collera furibonda. I due momenti onirici sintetizzano gli estremi fra cui oscilla il suo malessere interiore, prima spettatore impotente di un’iniquità intollerabile, poi testimone del caos che deriva dall’abolizione di ogni norma, avendo ciascuno eletto se stesso ad unica norma. Proprio come lui ha fatto quando ha deciso di eliminare la strozzina in nome del suo personale concetto di giustizia. Raskòlnikov vive una schizofrenia intellettuale che lo spinge a voler attuare l’equità sociale di Marx arrogandosi i privilegi del superuomo di Nietzsche. È lui ad ammettere che il vero movente del suo delitto è stato il desiderio di provare la propria superiorità: “Non ho ucciso per aiutare mia madre: che cosa assurda! Non ho ucciso per consacrare al bene dell’umanità la ricchezza e la potenza da me acquistate: sciocchezze! Ho ucciso semplicemente, per me stesso, per me solo!”. Nel suo delirio di onnipotenza, però, ha fallito. Aspirava a “diventare un Napoleone”, ma è riuscito solo a compiere un’azione stupida che lo ha rovinato non procurandogli alcun vantaggio, dato che è stato talmente vile da nascondere i soldi della vecchia senza farne nulla. Una bella frustata per il suo orgoglio. A questo punto Raskòlnikov, che per giorni e giorni si è aggrovigliato in pensieri farneticanti, è maturo per affrontare la redenzione che passa attraverso la sofferenza e confessa il suo crimine quando ormai potrebbe farla franca. A guidarlo in questa volontaria via crucis è la presenza salvifica di Sònja, che al suo nichilismo disperato oppone la speranza del Vangelo. E alla fine Raskòlnikov si piega non tanto alla fede, quanto al sentimento umile, paziente e generoso della ragazza, che lo ha seguito in Siberia dove deve scontare la sua pena. Così, dopo un gesto sanguinario e incomprensibile (che non ha eguali se non forse in Camus), dopo un lungo macerarsi psicologico, dopo tanto vagabondare in una Pietroburgo mai così malsana ed equivoca, si arriva a un epilogo che prelude a una futura rigenerazione. Sono tante le chiavi di lettura a cui si presta questo romanzo, uno dei capolavori assoluti di Dostoevskij: filosofica, esistenzalista e religiosa, politica e sociale. Domina quella di “anatomia dell’anima”, né va dimenticata quella del poliziesco psicologico. Delitto e castigo è però anche una storia d’amore, che a un tormentato protagonista affianca il personaggio femminile dostoevskijano più positivo, privo di ombre e lati oscuri. Una “santa laica” che, senza mai diventare stucchevole, indica con mite dolcezza il cammino da seguire, trasformando la tragedia in riscatto, la caduta in rinascita interiore.



 

 

 

 
 
 
 

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