Dell’umano amore

Dell’umano amore

Beppe rientra a casa; è molto tardi, tutte le stanze sono immerse nel silenzio e lui cammina piano cercando di non far rumore. Non vuole svegliare i suoi cari che dormono profondamente. Si affaccia con delicatezza alla porta dei suoceri, da dove proviene il russare del padre della sua compagna – al quale è affezionato come un figlio – e finalmente arriva nel suo piccolo mondo dove regnano i profumi rassicuranti del legno, del sapone da bucato e della lavanda che Luisa ha sistemato nell’armadio. Le zolle morbide e arrendevoli della sua terra, il sole tiepido di fine settembre, la semina ed immaginare soddisfatto le verze, le insalate e i fagioli che sarebbero presto cresciuti sani e vigorosi: questo è il mondo di Beppe, ciò che ama forse persino più delle persone. In paese vive anche Iolanda; si alza tutte le mattine quando fuori è ancora buio per arrivare in tempo all’appuntamento quotidiano con Mario, il caporale che con il suo furgoncino porta lei ed altre donne del posto a lavorare in campagna o dove ce n’è bisogno: “la raccolta delle olive, delle noci, la vendemmia”. L’inverno poi è il periodo più duro. Bisogna attendere che la campagna dia i suoi frutti e in attesa di questo, per non morire di fame, le donne si spostano a lavorare in montagna: si raccolgono e si trasportano, non senza fatica, enormi fascine di legno di castagno che poi Mario rivende in città per ricoprire i pergolati di aranci e di limoni. Quando Iolanda si è trasferita in quell’angolo remoto di campagna per seguire il marito, ha capito subito che “tutto ruotava attorno a lui”, Mario, a quell’uomo burbero dal volto rugoso e dallo sguardo torvo di un mastino. Eppure lei ha studiato, si merita di meglio, si merita di fare la signora; e non di alzarsi a notte fonda, lavarsi con acqua gelida, prepararsi la borsa con pane e frittata e uscire imbacuccata per lavorare dieci ore in mezzo ai campi o a preparare conserve. Non sopporta il marito Pietro, che si sente in pace col mondo e non chiede altro che vivere così, con tutta la sua famiglia intorno, per sempre...

Un inno all’amore, sotto ogni suo aspetto, ma anche e soprattutto un tributo alla sua terra quello di Angela Colomba Caso, che in questo interessante esordio narrativo mescola sapientemente sentimenti e sventure umane all’amore per la terra e per i suoi frutti. Le colline di Vico Equense e i suoi terrazzamenti con oliveti e vigneti fanno da sfondo a tante storie, in particolare quelle di Beppe e di Iolanda. Personaggi ben caratterizzati ed entrambi ancora alla ricerca di una propria identità, di un briciolo di serenità. Beppe la cerca nel legame con la terra, con il duro lavoro in campagna e con la soddisfazione di vedere i frutti di tanta fatica, pur covando un’inquietudine alla quale non riesce a dare un nome. Iolanda, invece, soffre in una dimensione che non riesce ad accettare. Avrebbe dovuto dar retta a sua madre che le ripeteva spesso che “l’amore romantico esiste solo nei film”;lì, in quel posto dimenticato da Dio, dove l’unico cinematografo esistente propone da mesi lo stesso spettacolo e dove i divertimenti di gioventù sembrano sconosciuti, spesso si ritrova in solitudine ad osservarsi allo specchio. “...con un rossetto acceso a disegnarle le labbra e la sigaretta tra le mani rubata di nascosto da quelle di Pietro” immagina una vita diversa, fatta di divertimenti, di tulle e di seta come quella delle divine del cinema. Perché – ci sussurra all’orecchio l’autrice – con il suo particolare stile, fluido e dai dialoghi poveri di punteggiatura tanto che le frasi pronunciate si confondono a volte con i pensieri che sembrano fluire direttamente dalla coscienza dei protagonisti – forse è questo l’umano amore: imperfetto, smanioso di novità come quello di Iolanda, ma anche puro ed ingenuo come quello di Beppe. Perché, alla resa dei conti “l’amore fra un uomo e una donna è sempre imperfetto, è sempre approssimativo. Non è mai reale. Non esiste sul serio. Diventa amore solo con la fatica, con uno sforzo di coscienza, di virtù”.



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