Derive

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Ormai la gente arriva clandestinamente da tutto il mondo in cerca di lavoro. Nessun confine, nessun mare è abbastanza minaccioso da scoraggiare i futuri esiliati. Gli anni Ottanta sono gli anni dell’emigrazione disperata, una grande fetta di mondo è disposta a rischiare di morire affogata piuttosto che crepare sicuramente di fame. Gli anni Novanta invece sono quelli in cui quelli che ci sanno fare, come per esempio i figli di Varam, fanno grandi affari, sfornando una collezione dietro l’altra da destinare a mercati e vendite promozionali. In Cina e in Bangladesh milioni di piccole manine si mettono al lavoro per produrre sempre di più e a sempre minor costo. Così un mattino del 1990 i figli di Varam decidono di intraprendere il cammino inverso rispetto a quello fatto dal loro padre, delocalizzando la produzione in Turchia. La loro azienda viene venduta e demolita. Sull’edificio si abbatte un esercito di escavatrici e di gru, con grande preoccupazione degli inquilini di fronte e, a otto mesi dall’inizio del cantiere, Virgil e Assan, con la schiena distrutta e le spalle lacerate, celebrano la loro prima giornata di lavoro fumando una sigaretta, con la testa altrove e i piedi sospesi nel vuoto…

Il patto di Schengen, in breve e a grandi linee, stabilisce in buona sostanza che la circolazione transfrontaliera tra i paesi firmatari è libera. La legge del mare stabilisce che se una barca piena di persone è in difficoltà va portato soccorso. L’umanità dice che chi chiede aiuto va accolto. La società sfrutta i migranti, paga le pensioni grazie ai loro contributi, ma non li vuole. La politica gonfia il petto e fa la ruota come un pavone. I delinquenti, in mezzo ai tanti disperati, approfittano per scappare. Questo sono i fenomeni migratori, attuali da sempre, checché se ne dica. Perché nessuno sceglie dove nascere, è talmente ovvio che non ci dovrebbe nemmeno essere bisogno di sottolinearlo. Manoukian, con uno stile asciutto, denso, potente, emozionante, privo di retorica, fluido e conciso, ma senza rinunciare ad accenti lirici, ambienta quando il blocco comunista si è appena definitivamente ormai sfarinato come neve al sole, la storia ovviamente attualissima e palpitante di Virgil, moldavo che scappa nascosto sotto un camion come facevano tanti, finanche nei cruscotti o nei bagagliai, da est verso ovest, Assan, che ha solo una figlia ancora viva e la traveste da maschio per andare via a gambe levate da Mogadiscio, dove solo una cosa non manca, gli stupri, e Chancal, che leva le tende da un Bangladesh in cui la popolazione non ha nemmeno gli occhi per piangere, falcidiata com’è dai cicloni. Le vicende si intrecciano perché hanno tutte la stessa meta: la Francia. Il Paese della libertà, dell’uguaglianza, della fraternità e della laicità, almeno in teoria. Ma Villeneuve-le-Roi non è l’eden, anzi, e loro, tre personaggi maschili straordinari, caratterizzati come quasi mai accade, devono lottare per sopravvivere, e per la cosa più preziosa che hanno, che possiedono e che possono lasciare come eredità: una cristallina dignità, che li fa sopravvivere insieme, in amicizia, pieni, comunque, incredibilmente, di forza e soprattutto di speranza.



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