Destination: Morgue

Destination: Morgue
Los Angeles. 1955. Armand Ellroy e Geneva Hilliker si separano e la donna si trasferisce con il figlio Lee Earl nel quartiere di El Monte. Armand è un erotomane che sostiene di aver lavorato per Rita Hayworth e averle fatto “assaggiare la sua bestia” di 40 centimetri. Geneva, infermiera professionale, fa da balia alle stelle di Hollywood alcolizzate. Dopo la separazione inizia per il piccolo Lee Earl la spola tra la casa della madre e quella del padre, fino a quando Geneva viene assassinata - nel giugno del 1958. Inizia per Lee Earl un periodo di dissolutezze, di abbandono della scuola e di pedinamenti alle ragazze ricche di Hancock Park e Kosher Kanyon West, di totale dedizione alle anfetamine prima, e ai tamponi di Benzedrex poi. Il T-Bird, le massacranti masturbazioni, l’ossessione per la madre e per Elizabeth Short, la Dalia Nera, il Nazismo, il vagabondaggio, la vita da caddie, le mutandine rubate alle ragazze, il carcere, le cliniche di recupero. Tutto ciò fino al 1977.  A ventinove anni Lee Earl Ellroy ha imparato tutto ciò che c’era da imparare. Ha coltivato “il dono e la maledizione dell’ossessione” e alla fine ha vinto il dono. È tempo che il tossico, l’ubriaco, l’ossessionato, il delinquente, esca di scena, lasciando spazio a James Ellroy, lo scrittore…
Se all’inizio del Novecento scrittori come Svevo, Joyce, Tozzi, sostenevano la necessità di lasciare libero sfogo alla scrittura e farla fluire sulla pagina, sulla scia degli insegnamenti della psicanalisi di Freud, James Ellroy sembra attingere a piene mani da questo bacino nei saggi Destination: Morgue, in cui lo scrittore losangelino ripercorre lucidamente le fasi della sua vita, sempre sull’orlo del baratro, sempre in trincea in una guerra esistenziale che spesso lo ha visto perdere. Ellroy racconta esperienze che gli hanno dato occasione di imparare: “Ho cambiato la mia vita. Riconosco a Dio il merito della mia salvezza. Dell’aver ripudiato l’iniquità. Dell’aver perseguito la rettitudine. Dell’aver desiderato con tutte le forze scrivere libri. La letteratura è una vocazione profonda. Ne sono stato cosciente anche nel punto più basso della mia vergogna”, scrive Ellroy e lo fa con uno stile frenetico, nervoso, senza compromessi, estremamente paratattico, senza alcuna presenza di subordinate. Solo punti. Nessuna virgola nel suo flusso di coscienza, puro espressionismo della parola. Ellroy ci parla della sua vita di delinquente, di disperato, ma non solo. Nell’antologia trovano spazio anche alcuni racconti noir ambientati, neanche a dirlo, nella Los Angeles dei poliziotti corrotti e dei quintali di droga. Poi, riflessioni sul giornalismo scandalistico dagli anni Cinquanta ai Settanta, la descrizione del memorabile incontro di boxe tra Morales e Barrera, le elezioni del 2000 in cui si scontrarono Bush e Gore, fino ad arrivare al disperato tentativo di far luce sull’omicidio irrisolto di Stephanie Lynn Gormann. Irrisolto come quello della Dalia Nera e della madre Geneva. Perché, in fin dei conti, gli scritti di Ellroy, siano essi romanzi, saggi o racconti, si muovono sempre verso un solo destino, verso un’unica e imprescindibile destinazione: l’obitorio.

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