Destroy

Destroy
Misty è sola, ha mollato tutto per inseguire a Londra il Bianconiglio dell’eterna giovinezza e della libertà assoluta, soprattutto dalla soffocante vita della provincia italiana. Quando ascolta P.J. Harvey e Nick Cave vorrebbe che Courtney Love fosse sua amica. La città sfavillante di luci è pronta per essere inghiottita dalla sua incontaminata e febbrile voracità, dalla carnalità prorompente di un corpo prossimo a librarsi etereo nell’aria anoressica e rarefatta di una stanza d’albergo chiusa da troppo tempo. E poi ancora musica a tutto volume e ribellione dai riflessi viola e neri, ribellione di trucco sbavato e dolcezze peccaminose…
Secondo e miglior capitolo della Trilogia dello spavento di Isabella Santacroce, questo Destroy raccoglie e sintetizza appieno il pensiero artistico della scrittrice romagnola, quantomeno nella sua prima fase creativa. Il libro è breve, totalmente privo di una trama lineare e infarcito di deliranti ed estremi barocchismi che copulano perfettamente con la lascivia istintiva che solo le ultime scorie di un’ adolescenza radioattiva  sono in grado di produrre. Le ambientazioni e le tematiche sono più dark e futuristiche rispetto al precedente Fluo e i contorni delle scarne ma promiscue vicende narrate si fanno indefiniti e ovattati, come se ci si trovasse sotto l’effetto di un potente anestetico. Nell’ipnotico mantra verbale articolato sapientemente per tutta la durata del libro emerge di tanto in tanto una rottura, un taglio nella tela profondo e sanguinante che rivela una femminilità pulsante e genuina, impossibile da tacciare di inautenticità. Con Destroy proseguono quindi gli idiosincratici esorcismi tardo-adolescenziali che hanno fatto la fortuna dell’autrice negli anni ’90 e che continueranno, con fortune alterne, anche in Lovers e Revolver. Seguiranno poi altre trasformazioni stilistiche, concettuali e anche visive: ma questa è un’altra storia.

 

 

 

 
 
 
 
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