Di fiumi anziani e guerriglieri - Il libro dei fiumi

Di fiumi anziani e guerriglieri - Il libro dei fiumi
Angola 1965, nel pieno della guerra d’indipendenza contro il dominio portoghese. Kapapa è un giovane pescatore che ha passato buona parte della sua breve vita navigando con il padre Kimôngua Paka sui fiumi della sua terra sulla vaporiera Ndalagando di capitan Lopo Gravinho. Un giorno di febbraio, mentre attraversa lo Kwanza, è colto di sorpresa da una tempesta che gli rovescia la barca. Sbattuto in acqua, cerca di raggiungere la riva a nuoto quando si accorge che una lancia di fuzileiros, militari della Marina portoghese, è sulle sue tracce. Per sfuggire ai soldati si unisce ai ribelli del comandante Andiki-Ndia, che lottano per la liberazione del paese. Qui avviene la sua trasformazione da pescatore a guerrigliero, prima con il cambio del nome, da Kapapa a Kene Vua “senza pericolo”, poi con il battesimo del fuoco. Marce, agguati, ritirate, discussioni ideologiche sono la “vita” della guerriglia nella foresta, dove i combattenti si nascondono dall’esercito portoghese e dal PIDE, la famigerata polizia salazarista. Ma per essere un vero guerrigliero tutto questo non basta, bisogna avere il coraggio di uccidere, guardandolo dritto negli occhi, chi ha tradito il popolo, derubandolo e affamandolo, come l’esperto geniere Batuloza, condannato all’impiccagione per i furti commessi ai danni dei suoi compagni di lotta. A voler l’incarico dell’esecuzione è proprio Kapapa. Sa che nell’essere “testimone e boia” nascerà guerrigliero. Mentre Kene Vua vive la sua iniziazione, i fiumi narrano le loro storie di sangue e di purificazioni…
“Ho visto fiumi. Fiumi primevi, primigeni, ante-nati del mondo, limacciosi torrenti di sangue disumano nelle vene degli uomini. L’anima mia scorre profonda come le acque di questi fiumi” è l’incipit de Il libro dei fiumi, primo capitolo della trilogia Di fiumi anziani e guerriglieri di José Luandino Vieira, massimo scrittore angolano e uno dei più grandi dell’Africa, oltre che strenuo oppositore del regime portoghese. Va da sè che il fiume, insieme alla figura del guerrigliero, è il protagonista del romanzo. Lo spazio narrativo è quasi totalmente occupato dai corsi fluviali, come se l’Angola fosse nient’altro che un bacino idrografico. Ogni fiume nel raccontare allegoricamente se stesso e quanto ha visto attraverso i secoli, racconta la Storia martoriata di quest’angolo d’Africa. È vero che la vicenda è ambientata negli anni ’60, durante la guerra di liberazione contro l’anacronistico colonialismo di Lisbona dell’epoca, ma essa rimanda ad altre vicende, le colonizzazioni del ‘600, la tratta degli schiavi, l’emarginazione della popolazione nera. Il fiume, in particolare lo Kwanza, riveste una funzione di sacralità, con il suo percorso simboleggia sì la vita, ma soprattutto la ricerca di libertà, dimensione autentica della dignità dell’uomo. Se indubbiamente finisce per morire nel mare, il suo itinerario è esperienza e conoscenza. Per questo all’immagine dell’acqua, non sempre pura, ma tormentata e violentata, si contrappone da corollario una terra ridotta ad entità indistinta di morti, incarcerati, polvere, distruzioni, incendi, che non genera nulla. La vita, pur nelle sue contraddizioni, può avere quindi sede solo nel fiume. Vieira procede in una scrittura lirica ed epica, che carica di un forte accento politico sia attraverso l’identificazione fiume-guerregliero, entrambi in lotta per ricostruire un’innocenza edenica perduta, distrutta dal colonialismo, sia attraverso un multilinguismo che rivoluziona l’idioma portoghese. L’uso di un bilinguismo non usuale, mescolanza di lusitano e kimbundo, parlata della regione dei Dembos, porta al superamento della lingua portoghese e simbolicamente della sottomissione del passato. Il libro dei fiumi è un romanzo non semplice, con una trama quasi inesistente e una costruzione del discorso a scarti, epifanica, che recupera pienamente la centralità della parola, dandole sensi nuovi e valenze inaspettate. Una lettura difficile ma stimolante, che conferma la statura letteraria di Vieira, per Tabucchi il Gadda della lingua portoghese, e la sua capacità di mescolare visionarietà e realismo.

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