Di grammatica non si muore

Di grammatica non si muore

“Cera una volta un apostrofo”. Purtroppo per lui, però, era “un’apostrofo sbagliato”. Ogni giorno, nel nostro Paese, muoiono migliaia di parole, rovinate dall’incuria, falcidiate da accenti spietati, perse in foreste di punti esclamativi, massacrate da declinazioni maldestre, infettate da neologismi virulenti, schiacciate dai cingoli degli anglicismi, affamate dall’impoverimento lessicale, abbandonate a se stesse in consecutio temporum frettolose, ma non poco ambiziose. Eppure la lingua italiana è la nostra. È un nostro patrimonio. È un contenitore enorme di valori ed è il nostro principale strumento di comunicazione. Bisogna difenderla. Tutti. Non solo i linguisti e gli insegnanti. Dalla Storia abbiamo imparato che le grandi rivoluzioni iniziano dai singoli, prima di interessare le masse. E poi, salvare l’Italiano, in fondo, non è un compito difficile: tutto sta a cominciare. Certo, piaccia o non piaccia, ci si ritroverà ha fare i conti con errori e intercalari che sono “praticamente d’appertutto”, ma l’importante è non “farsi prendere il paté d’animo” e continuare ad inseguire quella che è la nostra meta. La cosa migliore, essenzialmente, è rimanere sempre “super partner”, piuttosto che “mettersi li’ a fare l’Ipse dicse”. Perché ‒ volenti o dolenti ‒ in un certo senso i primi a “barcollare nel buio” potremo essere noi…

Critico enogastronomico, romanziere, condirettore di un periodico di viaggi e tanto altro, Massimo Roscia si è sempre distinto per la padronanza linguistica e lessicale e per un innato senso dell’umorismo, che rendono il suo scrivere allo stesso tempo ricercato e leggero, colto e vivace. Estremamente piacevole. Se, nelle opere precedenti, l’uso attento dell’Italiano era al servizio di altre materie ed ambiti, qui l’Italiano parla dell’Italiano. Roscia, cioè, esibisce i propri ferri del mestiere, ma non con la sicumera del primo della classe, quanto con l’umiltà e la curiosità di un “artigiano delle parole” che, pur avendo imparato a conoscere bene la propria macchina, è consapevole della sua complessità e dei suoi misteri (leggasi: tranelli). Ne deriva un libro di grammatica decisamente atipico, dettagliato, ma anche “pop”, in cui, più che regole, si incontrano esempi (leggasi: strafalcioni); più che certezze, esitazioni; più che conferme, sorprese (la pronuncia corretta di guaina è guaìna!). Più che fredde classificazioni, simpatiche foto di famiglia. La virgola? “Una domestica tuttofare”, che, quando si assenta, la casa diventa subito sporca. Il pronome? “Un operaio infaticabile”, che scende in campo quando il sostantivo è in sciopero o un aggettivo deve assentarsi dal posto di lavoro. Il verbo? Molto simile a “una vecchia pettegola”, sempre pronta a dire qualcosa a proposito di qualcos’altro. E poi c’è lui, il congiuntivo, la passione (leggasi: fissazione) di Roscia, che al più insidioso dei modi verbali ha addirittura dedicato un romanzo (La strage dei congiuntivi, Exòrma 2014). “Incubo degli scolari e idolo dei pedanti”, il congiuntivo è capace di catapultarci dalla concretezza dell’indicativo alla dimensione crepuscolare delle emozioni. Attenzione, però, avverte l’autore, perché qui si ha a che fare con “un cavallo di razza”, per cui, fino a quando non si è in grado di addomesticarlo, è sconsigliato avventurarsi al galoppo in proposizioni acrobatiche.



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