Di questo mondo o degli altri

Di questo mondo e degli altri

Una bottiglia ritrovata sulle strade di Lisbona nasconde qualcosa al suo interno e crea un fulmineo scompiglio in chi ne è entrato in possesso, indeciso se lasciarsi vincere o meno dalla curiosità; una lettera destinata alla nonna dell’autore - un tempo donna bellissima e ormai alle soglie dei novant’anni - che rimane arroccata imperterrita tra le mura della sua adolescenza, desiderosa di vivere ancora; un uomo sbarcato su di un’isola deserta ha come unica compagnia il Don Chisciotte e l’Orfeo (Stravinskij? Vinícius?), finché un giorno una grande cassa si arena sulla spiaggia: al suo interno, un computer; la trama di Frankenstein dà il via ad una fugace e frammentaria analisi della morte, tra immagini di esumazioni, cannibalismo e patriottismo; un rudere del centro di Lisbona attrae l’attenzione dello scrittore che passeggia: ramarri, lucertole, vetri rotti, erbacce e detriti e una scritta sul muro: Lena ama Rui. Chi tra i due amanti sarà l’autore del graffito? Chi avrà trovato il coraggio di deturpare le rovine di una casa per testimoniare il suo amore? Un uomo cammina lungo la spiaggia e muore, ma come se nulla fosse accaduto continua lungo la sua strada e una forte insolazione lo stordisce al punto da non ricordarsi più che il suo corpo è ormai cadavere...
Settantatre racconti, tutti brevissimi. Sono una parte cospicua d’una delle prime prove romanzate di José Saramago (classe 1922), che vide la luce tra il 1971 e il 1973 e raccoglie scritti pubblicati sui giornali portoghesi durante il biennio ’68-’69. È un Saramago già cinquantenne lo scrittore che si affaccia al mondo della prosa – sebbene ancora spuria – una persona matura, ma ancora molto lontana dai romanzi che l’hanno reso celebre nel mondo. Le storie de Di questo mondo e degli altri e de Il bagaglio del viaggiatore – il secondo volume della raccolta - sono piccoli pensieri, prove di scrittura per un’epoca più fulgida e carica di argomenti. Le tematiche sono le più disparate: scene di vita personale, ricordi d’infanzia, sogni, incubi, attese, mancanze, desideri e tutto ciò che riguarda da sempre le vicende umane. L’impianto di base è comunque comune a tutti i racconti e sembra già presentare gli schemi e gli stili della sua produzione più solida: l’immancabile ironia, le descrizioni brevi e trasognate zeppe di aggettivi, l’assenza di un reale scopo narrativo. Un’ulteriore caratteristica di queste pagine è che paiono scritte da una penna del tutto anonima. Come se Saramago avesse concesso a settantadue suoi seguaci, scrittori in provetta, di sostituirlo nelle richieste editoriali. Solo uno tra di loro, trent’anni dopo, sarà insignito del Nobel per la Letteratura e diverrà l’incensato José de Sousa Saramago. Ciò che rimane di queste operette è la loro organicità, che è paradossalmente ciò che più stupisce il lettore, in quanto non furono mai concepite per formare un unico corpus letterario. Da questo presupposto formale, prende piede in modo inaspettato, man mano che si procede nella lettura, un forte sentimento filosofico, molto vicino ad una certa cultura asiatica. Una filosofia spicciola forse, ma viva ed efficace. Sembra di leggere una versione moderna dell'I-Ching, il famoso libro delle trasformazioni, quel trattato (affinabile a questo libro anche perché non se ne conosce con esattezza l’autore), fondante per il Confucianesimo, comprensibile solamente attraverso la propria esperienza e il proprio senso d’interpretazione. Anche questi racconti vogliono essere interpretati, letti alla luce delle vicende che influenzano la nostra vita. Poco importa che siano il frutto di questo mondo, o di un altro.

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