Di terra, di mare, di cielo

Di terra, di mare, di cielo
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Bart e Leo sono una coppia. Vivono insieme da trent’anni e condividono un appartamento al decimo piano pieno zeppo di libri. Hanno una figlia, Sarg, con la quale misurano le parole e gli sguardi, alla quale non rinunciano di tirare piccoli scherzi solo per vederla infuriarsi. Una sera, poco prima di cena, Leo e Bart vedono calare un lenzuolo rosso e un ragazzo biondissimo, Saro, atterrare sul loro balcone. Non parla, si guarda intorno. La coppia lo invita a condividere la cena con loro e Sarg e Saro spazzola tutto quello che c’è prima di addormentarsi angelico sul divano del soggiorno. Al risveglio si mette a raccontare la sua storia, una partenza da un’isola del Mediterraneo dove genitori e maestre, da bambino, lo vedevano strambo perché sognava, perché in classe aveva la testa tra le nuvole ed era distratto, ammaliato da una dimensione altra, oltre il reale. Questo basta a Sarg per rimanerne colpita, per prenderlo sotto la sua tutela e accompagnarlo per le vie della città e dentro la propria vita nel tentativo di esorcizzare Stan, il suo amore doloroso. Su tutte queste vite così piene di nodi irrisolti, piomba Gian che le costringe a guardarsi dentro, ad elaborare, ad affrontare le paure, a guardare cosa ci sia oltre. Perché oltre c’è sempre qualcosa che aspetta di essere vissuto, un’ombra che sta lì solo per essere scacciata…

Cobianchi scrive una storia di relazioni, di intrecci. La mette a cavallo tra la fiaba e il romanzo urbano. Un caleidoscopio di città, di volti, di ambienti e di memorie che caratterizzano i personaggi e la loro vita. Tutto sospeso come se fosse un sogno. Magari uno dei sogni di Saro. Al centro ci sono tematiche forti come l’omogenitorialità, l’emigrazione, l’integrazione. Tutto quello che oggi costituisce il cuore del dibattito sul nostro tessuto sociale e il crocevia della nostra emancipazione e del nostro progressismo. Delle storie che si aggrovigliano ne fa un bouquet composito togliendo con grazia il filo nero del pregiudizio, considerando le persone per quello che sono, con il loro bagaglio di esperienza e ponendo su di esse un concetto baltico di normalità nella relazione tra Leo e Bart (con Sarg) e un pizzico di realismo magico nel cuore di Saro. La pecca in questo romanzo - purtroppo - è la banalità che dall’idea della storia si riversa anche nello stile di scrittura poco originale, molto conforme ad un tipo di narrativa che non si prende alcun rischio, a tratti sottotono come se l’unica preoccupazione fosse portare la barca in secca. Peccato, perché sul tavolo la Cobianchi ha messo temi audaci che avrebbero meritato più maturità e maggiore azzardo. Peccato, perché i personaggi che crea banali non lo sono e sembrano rimanere schiacciati da una storia che, rifugiandosi in qualche cliché di troppo, li svilisce e li mortifica. Peccato, perché sono proprio loro a portare una ventata d’aria fresca prima di chiudere precipitosamente la finestra dalla quale è entrata. Peccato per qualche svista di troppo, non da ultima la trascrizione sbagliata del dialetto siciliano. Peccato, perché questo non è un dettaglio trascurabile. Le scelte che si fanno, in narrativa, vanno sostenute al massimo della correttezza perché è proprio dalla tenuta del dettaglio più piccolo che dipende la solidità dell’intera struttura. Una occasione persa.



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