Dialoghi con Leucò

Dialoghi con Leucò
Issione non riesce ad accettare l'idea di non poter più incontrare la nube Nefele e le altre ninfe, le figlie del vento, le dee della terra. Niente più giochi e amore tra uomini e creature semidivine, “altre mani ormai reggono il mondo. C'è una legge”, la legge dell'Olimpo. Ma Issione non si rassegna, sogna dee sorridenti... Edipo, alla vigilia del suo crudelissimo fato, interroga il cieco Tiresia sulla sua apparente serenità (“Esser cieco non è una disgrazia diversa da esser vivo”) e sul ruolo degli dei nelle vite degli uomini... Eros e Tànatos biasimano il comportamento di un dio, che per un semplice gioco ha tramutato il giovanissimo, innocente Iacinto in un fiore dai petali che sembrano spruzzati di sangue. Ma c'è poco da  biasimare: probabilmente quel dio nemmeno si è accorto del male che ha fatto, del resto gli Olimpici “durano in un mondo che passa. Non esistono: sono. Ogni loro capriccio è una legge fatale. Per esprimere un fiore distruggono un uomo”...Orfeo confessa a Bacca la verità sul mancato salvataggio di Euridice dall'Ade: non è stato un errore (e del resto come avrebbe potuto esserlo?), lui si è voltato volutamente a guardare la sua amata condannandola alla morte quando stava per riportarla in vita, perché ha capito che si sarebbe portata nel sangue l'orrore dell'Ade e avrebbe tremato giorno e notte sapendo di dover prima o poi di nuovo morire... Due cacciatori che hanno appena ucciso Licaone, signore d'Arcadia mutato in lupo da Zeus per la sua inumanità, si interrogano su ciò che hanno fatto. Non è certo la prima volta che ammazzano una bestia, ma è la prima volta che hanno ammazzato un uomo...
In questo libro, davvero unico nel suo genere, Cesare Pavese smette i panni di “testardo narratore realista, specializzato in campagne e periferie americano-piemontesi” - la definizione è tratta dalla breve presentazione che lo stesso Pavese aveva scritto per la prima edizione, nel 1947 - e soprattutto smette di credere che “il suo totem e tabù, i suoi selvaggi, gli spiriti della vegetazione, l'assassinio rituale, la sfera mitica e il culto dei morti” siano solo i soggetti delle sue letture accademiche e dei suoi interessi personali. È invece proprio da cercare in questi ambiti il senso segreto dei miti greci, storie che tutti ricordano dalla scuola e “ammirano un po' straccamente”, qui riletti in chiave antropologica e psicoanalitica, romantica e pessimistica grazie a 26 brevi dialoghi riuniti sotto un titolo tuttora un po' misterioso (si pensa sia rivolto a un amore giovanile). La Grecia classica di Pavese è un'era di passaggio tra caos preistorico e modernità. Il mondo è vecchio, ed esisteva prima ancora degli dei: era un mondo di titani e uomini, di belve e boschi, mare e cielo, lotta e sangue. Un mondo di rupi nel quale esseri magici ed esseri umani vivevano a contatto, si amavano, si scontravano, mentre ora tutto è più netto, dei confini invisibili sono stati tracciati: gli immortali giocano con i mortali come fossero giocattoli inconsapevoli, intersecando le loro vite quando e come vogliono, per scopi imperscrutabili o capricci. Eppure anche questo sta per finire, perché se “i mostri non muoiono, quello che muore è la paura che t'incutono. Così è degli dei. Quando i mortali non ne avranno più paura, gli dei spariranno”. E tutto questo una quarantina d'anni prima di Neil Gaiman e una sessantina prima di Rick Riordan, ragazzi. Intendiamoci, anche in questo libro di Pavese ci sono lune e falò, ma sotto la luna si fa sesso con centauri e ninfe, e i falò servono per compiere sacrifici umani (“Ogni civiltà contadina ha fatto questo. E tutte le civiltà sono state contadine”) che portino pioggia abbondante sui campi, quando per irrigare la terra non viene direttamente usato il sangue, come nel caso del dialogo tra Eracle e Litierse. I personaggi dei miti greci, spogliati da ogni alone eroico, sono qui uomini o semidei amareggiati, sconfitti, pieni di rimpianti e ferite, in balia di un mondo in vorticoso mutamento. Perché del resto “Pietà e paura sono l'uomo. Non c'è altro”. E anche coloro che sono più che uomini non fanno differenza.

 

 

 

 
 
 
 
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