Diamond from my side – I Via Verdi

Marco, Glauco, Massimo e Remo sono quattro ragazzi di Ancona, città sconosciuta ai più, infatti in Italia fino a qualche anno fa non la sapevano nemmeno collocare sulla cartina geografica! Marco, in particolare, sin da piccolo, è così innamorato della musica da disegnare, colorare e ritagliare con il traforo sul compensato delle chitarre. E poi le suona, per ore, anche se i suoni che producono sono soltanto nella sua testa. D’altronde è nato nei mitici Anni Sessanta, quelli in cui i complessi vanno per la maggiore ed entrano a pieno diritto nei sogni dei ragazzini. La radio? C’è solo quella pubblica, i canali nazionali, ma “la complicità” è raffinata ed è quella del duo Arbore-Boncompagni. Il caso vuole che vicino alla sua abitazione apra una piccola fabbrica di organetti e occasionalmente di chitarre, poco più di una bottega artigiana, di una falegnameria. Un giorno Marco entra per chiedere degli scarti di legno e potersi così costruire una spada, ma... guardandosi intorno, resta a bocca aperta e incontra quello che sarà uno dei più grandi amori della sua vita: corde, colori, il profumo del legno, l’odore delle vernici, un magico regno della musica, con le chitarre allineate nelle loro tinte lucide e sgargianti, pronte per essere chiuse nelle scatole di imballaggio con cui sarebbero state messe in vendita. Già, la favola potrebbe avere inizio se non fosse che erano altri tempi. Non c’è spazio per le distrazioni, solo studio e l’avviarsi a una carriera seria e capace di darti una posizione: in parole povere il papà di Marco non vuole chitarre per casa. Nemmeno giocattolo!

Ricordate Diamond e i Via Verdi? A metà degli Anni Ottanta il pezzo esplose ovunque, portando i quattro ragazzi di Ancona in vetta a tutte le classifiche europee. Diamond uscì, infatti, in contemporanea in tutta Europa nel dicembre 1985 e da quel momento e ancora oggi quel “Oh oh diamond” è stato cantato da tutti. Uno, due, dieci pezzi, la “garanzia” è quella di Claudio Cecchetto, l’etichetta è la WEA, per i video c’è Londra e i Wembley Studios... E poi c’è la sigla di DeeJayTelevision e il Festivalbar e il Telegatto e programmi televisivi, interviste, concerti, l’assalto dei fans. Ma qualcosa si inceppa, tanto che a più riprese, in Italia, i Via Verdi sono stati chiamati “meteore". Finalmente, però, in questo libro di Stefano Spazzi (in cui i ricordi di Marco Grati sono stati di fondamentale importanza) si riesce ad analizzare il fenomeno Via Verdi da vicino, con la loro storia, i loro pensieri, le loro emozioni di ragazzi catapultati all’improvviso nel mondo tutto luci e lustrini dello spettacolo. Il lavoro di Spazzi è interessante: al di là della storia del gruppo, ha inanellato una serie di chiavi di lettura che potrebbero essere utili a molti e di grande piacere per tutti, trasversalmente per ogni età. C’è la tenerezza dei ricordi e dei sogni, c’è il grande amore per la musica, c’è l'esempio di chi ne ha passate tante, come probabilmente capitato a molti, ma che, con caparbietà, è comunque arrivato, c’è l’analisi del successo in sé, a danno di rapporti interpersonali e pagando anche prezzi molto alti, c’è la riproposizione storica di programmi tv, di personaggi tv e non solo, c’è tutta la semplicità di quei quattro ragazzi di provincia come tanti, che non smettono ancora oggi di divertirsi!



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