Diario

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“Cara Kitty (…) la mattina, per alzarmi, altra cosa spiacevolissima, salto giù dal letto pensando «ci torno subito», corro alla finestra, tolgo l’oscuramento, aspiro un po’ d’aria dalla fessura e sono sveglia. Disfo il letto appena posso così non ci sono più tentazioni. Sai come mamma chiama questo? «L’arte di vivere». Non ti pare un’espressione buffa?”. Amsterdam, 10 agosto 1943. Ormai da più di un anno Anna, insieme con genitori, sorella, e un’altra famiglia, i Van Daan, vive nel rifugio segreto sopra il negozio del padre per sfuggire alle persecuzioni naziste contro gli ebrei. È la più piccola tra gli occupanti, tredici anni appena quando si chiudono volontariamente in quelle strette stanze nascoste, e non c’è da stupirsi che una trovata come quella di fare una boccata d’aria aperta appena sveglia, le dia conforto ed energia bastante per tirarsi su dal letto, e incominciare un’altra giornata. Gli orari sono scanditi dalla clandestinità, e quindi di mattina, quando il negozio è frequentato aperto al pubblico, ci si muove piano e perlopiù gli occupanti leggono o studiano. Kitty, il diario nuovo nuovo che le hanno regalato per il compleanno e sul quale decide di registrare tutto, sarebbe il nome di un’amica immaginaria che Anna sente di non avere, benché nei sogni talvolta le appaia, magra e vestita di stracci, la sua amica vera Lies, che immagina deportata chissà dove e per la quale prega ogni notte...

Si sa com’è andata a finire per la piccola Anne Frank: deportata nell’agosto del 1944 nel campo olandese di Westerbork in seguito alla spiata di un delatore che fece scoprire il rifugio, nei primi giorni di settembre è stata portata ad Auschwitz e separata dal padre. Qui la madre morì di stenti, Anna e la sorella Margot furono spostate con un migliaio di altre donne a Bergen Belsen, dove morirono entrambe di tifo. Se possiamo leggere quanto accadde in quei due anni di esistenza nascosta è per merito di una dipendente del padre di Anna, Miep Gies, che insieme ad altri colleghi fidati ha rifornito di cibo e del necessario a sopravvivere i rifugiati, e che una volta saputo che Anne era morta ha consegnato al capofamiglia Otto Frank, unico superstite, i suoi scritti. Ciò che rimane, proprio come voleva Anne, è una testimonianza di quanto fu fatto contro gli ebrei, a futura memoria di chi avesse provato a dimenticare fino a dove può spingersi la crudeltà umana e di chi addirittura avesse voluto negare che quelle persecuzioni furono compiute davvero (e si conoscevano! La piccola Anne, nel suo angusto rifugio, apprendeva dalla radio inglese che gli ebrei erano gasati. Come credere che non lo sapessero i potenti politici e religiosi di tutto il mondo?), ma la preziosità di queste pagine è data anche dal fatto che a scrivere è un’adolescente intelligente, sensibile, colta abbastanza per rendere piacevole la propria scrittura e non tralasciare i dettagli che occorrono affinché la lettura prosegua con interesse. Descrizione dei personaggi, delle attività quotidiane in un contesto circoscritto e rappresentato precisamente, esposizione delle paure più frequenti delle speranze, dei sogni e degli incubi, della noia e delle discussioni con l’occhio speciale di un individuo – una piccola donna - che al contrario di chi era già adulto, e sperava di più, ha visto la morte nel proprio futuro come una possibilità concreta. Un’eventualità come quella di diventare scrittrice, la sua ambizione realizzata, che oggi e per sempre fa rivivere la storia di Anne Frank nelle nostre coscienze, come un bagaglio culturale senza il quale non si può dire di conoscere la storia del Novecento.



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