Diario di rondine

Diario di rondine
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Quando una forte delusione d’amore gli rovina una vita, un pony-express senza nome e senza passato prende la drastica decisione di spegnere ogni emozione, ogni sentimento con un ipotetico interruttore interno, impostandosi sulla completa freddezza. Da quel momento in poi la sua vita scorre, quindi, nella totale imperturbabilità, tra un brano e l’altro dell’album “Amnesiac” dei Radiohead, finché giocando a biliardo incontra per caso un sicario che vede in lui grandi potenzialità. Inizia la sua nuova vita con il nome “papale” di Urbano: un killer a pagamento, puntuale, preciso, spietato, senza mai il minimo ripensamento. L’atarassia che lo attanagliava finisce e torna a provare il piacere della carne ogni volta che scorre il sangue, come ha modo di ammettere l’emoglobina lo eccita, e finalmente quella pompa meccanica che aveva nel torace inizia di nuovo a battere. Ogni assassinio serve a farlo sentire vivo. Tra le ultime vittime che gli vengono affidate c’è anche l’intera famiglia di un ministro in una dimora lontana dal centro di Parigi, un lavoro apparentemente facile e pulito. Un’incognita non prevista, uno sguardo penetrante metterà in dubbio la sua distaccata professionalità e una dopo l’altra tutte le sue certezze...

Un altro trattato sull’igiene dell’assassinio ben architettato e firmato da Amélie Nothomb nel consueto formato breve a cui ci ha abituato la prolifica scrittrice belga. I pochi dialoghi presenti nel romanzo interrompono per poco tempo il monologo interiore di Urbano poi Innocenzo, vera e propria confessione del suo scoprirsi sicario col costante desiderio di morte. Tra onnipotenza e voyeurismo, si muove lungo il suo percorso intriso di sangue. Le sue vittime sono i bersagli dei suoi proiettili e del suo desiderio carnale, e di loro dobbiamo sapere poco o niente perché rappresentano solo ombre sulla sua egoistica traiettoria criminale. Persino il “diario intimo della rondine” è solo riportato e l’unica cosa di cui siamo certi è il segno indelebile che la sua proprietaria, così come l’animale che la rappresenta, lascia dopo il suo rapido passaggio. Urbano/Innocenzo difende questo scrigno di confidenze fino alle più estreme conseguenze, facendolo suo – è proprio il caso di dirlo – nel grottesco finale.



 

 

 

 
 
 
 

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