Diario di un criminologo

Diario di un criminologo

A Napoli, sul finire degli anni Ottanta, gli omicidi di camorra quasi non si contano. Nelle procure e al Ministero di Grazia e Giustizia si allineano i dossier e, tra queste carte, ci sono anche i rapporti dei criminologi. Uno di questi esperti, giovane studioso, riflette sul mondo amaro che lo circonda. Ha perso un amico, un coraggioso giornalista apprezzato solo post mortem, ed è stato abbandonato dalla donna, fuggita al Nord, spaventata. All’ombra di un Vesuvio oscuro e addormentato, riflette, studia, scrive lettere, accorre sulle scene del crimine: la sua esistenza oscilla fra slanci appassionati e fragilità che immobilizzano, quando il dolore “si aggira intorno alla casa, aspetta la sera per intromettersi nel corpo e farne la sua dimora”. La lettura di un libro in una lingua poco conosciuta può diventare una zattera per sfuggire alla burrasca. Dura poco, però, in un mondo che ha scelto di risolvere i problemi sopprimendo quelli che li creano. “Faccio il criminologo. Lavoro in situazioni malsane. Arrivo dopo la morte, più veloce dei becchini, più calmo della polizia, più sereno dei parenti della vittima”. I morti, appunto: molti di questi sono “constatati” nei verbali, altri sono semplicemente corpi scomparsi, fatti sparire. E poi ci sono i boss, gli affiliati delle famiglie, e i baby killer. Hanno meno di quindici anni, questi, e nomi di battaglia da supereroi, cominciano a rubare per fame, poi per sfida. La faccenda si complica, aggravandosi, proprio come nel caso del massacro di Torre Annunziata…

A differenza di molti altri noir, anche di camorra, nel racconto lungo dello scrittore marocchino l’introspezione prevale sul colpo di scena e sull’intreccio che, di solito, sfida il lettore alla soluzione del caso. Del resto, il protagonista è un criminologo, non uno sbirro, tanto meno un passacarte. Per quanti hanno fatto il pieno di cronaca nera, di analisi, di ricostruzioni anche letterarie e cinematografiche, la trama di Diario di un criminologo non schiude nuovi orizzonti sulla realtà della Napoli mafiosa. Lo sguardo dello scrittore maghrebino è tuttavia molto interessante, specialmente quando si interroga sui protagonisti dietro le quinte, quando indulge sulle preoccupazioni personali degli uomini giusti che immaginiamo distaccati, algidi. Edito in formato elettronico durante le restrizioni alla fruibilità delle librerie per il coronavirus, questo diario era apparso in una collana di racconti di Tahar Ben Jelloun ambientati in Italia, scritti proprio sul finire degli anni Ottanta. Non dovrebbe sorprendere la capacità di un grande autore straniero di sprofondare nel male nostrano: si è grandi proprio quando si sentono e fanno proprie le ingiustizie al di là di ogni latitudine. Leggere – nello spazio di un’ora o poco più – il diario del criminologo concentrato e atterrito ci riporta fisicamente in quell’epoca, imponendoci, doverosamente ma senza alcun moralismo, la memoria.



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