Diario notturno

Diario notturno
L’arguta e pungente satira di un io narrante che viaggia di malavoglia e osserva con amaro disincanto, dapprima, una popolazione povera ed erede di una dispersa e gloriosa civiltà. A dispetto della sua gravosa condizione ha tuttavia fede in Dio e nel futuro, ama la guerra senza essere bellicosa, è fiera di avere molti sovrani e nei periodi di carestia si lacera in una lotta intestina. Quindi la lente si posa su di un “uomo qualsiasi”, di stanche ambizioni e nessuna idea politica, opportunista, superstizioso e volubile. Un moralista indisciplinato e incoerente, che evade il fisco e deruba il prossimo, ma invoca ordine e diritto a una vita confortevole. Una sezione costituita da sei brevissimi racconti o più propriamente scenette e una raccolta di riflessioni dedicati alla stupidità umana e alla presunzione di intelligenza dei popoli mediterranei, introducono a quella galleria di pensieri, notazioni, elzeviri e aforismi che costituiscono il Diario notturno. Per chiudere con ulteriori brevi racconti tra cui Un marziano a Roma, cronaca dell’atterraggio a Roma di un alieno solitario e perfettamente informato sulla situazione del nostro pianeta, tra folle di curiosi e personaggi illustri del calibro di Federico Fellini, Mario Soldati, Carlo Levi e Alberto Moravia…
Se credete che la letteratura sia dilatare proustianamente a ippopotamo una scrittura da formica, allora rivolgete la vostra attenzione altrove. Ma se ritenete che la letteratura sia scrivere solo ciò che è essenziale e necessario, con un’estrema economia di parole che schioccano, tuttavia, come un colpo di lama ben rifilato all’attaccatura del collo, allora Diario notturno fa al caso vostro. Scritti nell’immediato dopoguerra per la rivista “Il Mondo” di Mario Pannunzio e raccolti per la prima volta nel 1956, i brevi testi di questo sarcastico e corrosivo zibaldone di Ennio Flaiano furono definiti da Corrado Alvaro “Racconti nello spazio di un pensiero”. Spirito libero nel periodo storico e culturale delle catene ideologiche, lo scrittore e giornalista nato a Pescara nel 1910 e morto a Roma nel 1972 è stato un testimone non disposto a tacere e tantomeno a barare su nulla, vincolandosi a una parte da fine e ironico fustigatore del costume italiano. E questi testi, suggellano la sua vocazione a dire di no al gioco sociale e alla religione, ai governi e alle opposizioni, a i luoghi comuni del conformismo e dell’impegno politico dell’arte, alla retorica e a ogni forma di furbizia. Il libro lo si apre con curiosità e lo si chiude con tristezza, per quella capacità ancora attuale di far scattare nella mente del lettore pensieri di rispecchiamento. 

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