Dictator - Il nemico di Cesare

Autunno del 49 avanti Cristo, Ravenna. Giulio Cesare è ospite del decurione della città e sta assistendo a dei giochi gladiatorii assieme ai suoi fidi luogotenenti Aulo Irzio e Asinio Pollione e ai tribuni della plebe fuggiti da Roma, Gaio Scribonio Curione e Marco Antonio. Purtroppo invece al fianco di Cesare non c’è più il legato Tito Labieno, brillante stratega e valoroso guerriero, passato dalla parte di Pompeo. Il proconsole è amareggiato: si sente vessato da una casta di politicanti invidiosi e meschini e da magistrati che agognano la sua rovina, impedendogli con tutte le loro forze di ottenere la gloria che si è meritato con le sue imprese militari in Gallia e Germania. È stato addirittura emanato un senatoconsulto che ha spogliato i tribuni della plebe – uomini di Cesare – del diritto di veto, che ha fatto tornare il dominatore delle Gallie un privato cittadino senza cariche istituzionali e quindi senza immunità ed è arrivata l’insultante nomina di Domizio Enobarbo a proconsole al posto di Cesare. Cosa fare ora? Rimanere asserragliato nella fedele Gallia effettuando di fatto una secessione da Roma e aspettando l’inevitabile guerra? Cedere al diktat del Senato rischiando la prigione e la morte? I cesariani hanno il controllo della Gallia, ma a sud delle Alpi hanno una sola legione, la XIII. Il Senato invece ha il controllo oltre che del suolo italico dell’Africa, delle province iberiche e dell’intero Oriente. Giulio Cesare, gran giocatore d’azzardo, ha scelto un terza via, la più imprevedibile: ordina al tribuno Ortensio Ortalo di spostarsi con due coorti sul fiume Rubicone, al ponte di Arminium. Tra i legionari che si mettono in marcia c’è Ortwin, il guerriero germano guardia del corpo del proconsole: la sua testa è attraversata da foschi pensieri. Per la prima volta da quando ha iniziato a servire il suo comandante, nove anni prima, Cesare si appresta a violare quanto di più sacro esiste per un cittadino romano. Il predestinato dagli dei sta forse sfidando la loro ira?

Secondo capitolo della bella trilogia Dictator, dedicata all’ascesa e alla caduta di Giulio Cesare da Andrea Frediani, ormai maestro riconosciuto dell’historical fiction italiana. Al centro dell’intreccio – dopo il tradimento di Labieno, “uomo che Cesare aveva sempre tenuto in grande onore, tanto da affidargli il comando di tutte le truppe che si trovavano al di là delle Alpi ogniqualvolta veniva in Italia”, come scrive Cassio Dione nella sua Storia romana – c’è un momento decisivo e drammatico: il passaggio del Rubicone da parte delle (esigue) forze armate al comando del condottiero romano e lo scoppio della guerra civile. “Difficile trovare nella storia romana un periodo più abbondantemente documentato”, spiega lo stesso Frediani in una Nota al testo. “Tutti gli storici romani si sono sentiti in dovere di dedicare a quei concitati e confusi eventi la loro attenzione”: Appiano, il sunnominato Cassio Dione, Plutarco, Lucano, Orosio, Livio, Velleio Patercolo, Floro, oltre naturalmente allo stesso Cesare e a Cicerone, protagonisti diretti su fronti opposti. La cosa non stupisce: è il momento in cui Cesare, per citare proprio Livio, dà “l’assalto al mondo”, mettendo in atto una strategia a massimo rischio che però gli ha regalato la gloria e il potere, anche se per poco. Aiutato da temi così importanti e avvincenti e da personaggi ed eventi tanto a fondo scolpiti nell’immaginario collettivo, il romanzo va da sé, scorrevole e avvincente come il lettore pretende.



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