Dieci parole per uccidere

La neve è sinonimo di candore, purezza, nitore, silenzio, tranquillità, lentezza. È una soffice coltre che sovrasta il rumore, il fragore, la confusione, l’inutilità della frenesia immotivata. La neve è una cosa buona, è luce che sconfigge il buio, dissipando con il suo biancore le tenebre. Al tempo stesso però la neve può farti diventare un’isola, perché certo dal punto di vista logistico non aiuta le comunicazioni, ti costringe a rallentare, può anche importi di fermarti del tutto, ti può rinchiudere in una prigione gelata – non cambia molto, se il tuo cuore è già di ghiaccio – e ti può avviluppare in sé. Tutto diventa ancora più serio, poi, se la sola tentazione che hai è quella del rimorso, un lusso che, come del resto la nostalgia, però hai imparato a non concederti più, semplicemente perché non te lo puoi permettere, perché sei solo, solo e pronto a uccidere. Manca esattamente un minuto allo scoccare della mezzanotte del 19 gennaio, il giorno in cui a Lodi si festeggia, quando ancora in fondo l’eco del Natale, del Capodanno e dell’epifania non si è spenta del tutto, il santo patrono, quando il primo fiocco inizia a mulinare nella piazza immersa nella calma notturna, com’è naturale che sia, nell’immobilità del gelo invernale che sembra paralizzare anche il tempo. L’alba è lontana, e…

Spesso e volentieri la cosa più importante in un’indagine è trovare al più presto un colpevole, e non è nemmeno così fondamentale, lo sappiamo bene anche dalla cronaca, che effettivamente sia quello giusto: l’importante è mettere a tacere l’opinione pubblica, i giornali, i media, la ridda di voci che si susseguono incontrastate e che nel giro di meno di un attimo fanno diventare un sassolino una vera e propria valanga. Sovente infatti il peggior nemico, il primo problema da sconfiggere, è la mentalità, il senso comune: nell’opulenta Lodi, ammantata — il che è un bel guaio, visto che la festa patronale è l’evento dell’anno — di neve vengono rinvenuti i cadaveri un ricco imprenditore e sua moglie. La villa è lussuosa, la scena è brutale, i pregiudizi duri a morire: è ovvio che sia stata una delle solite bande di stranieri. Lapalissiano per tutti, ma non per Luce, che non si accontenta di guardare quello che tutti vogliono vedere, vuole scoprire la verità. È donna, e anche questo non la aiuta, perché è già quello un preconcetto con cui deve combattere, ma è anche il suo asso nella manica, la sua sensibilità si impone facilmente sulla svagatezza maschile di chi è più preoccupato della sua eventuale carriera politica e non solo. Alla seconda indagine, l’ispettrice Frambelli si conferma un’acuta osservatrice della realtà nelle sue molteplici sfaccettature.

 


 

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