Diluvio di fuoco

Diluvio di fuoco

Oceano Indiano, Costa del Pacifico, 1839. Nel 25° reggimento della Bengal Native Infantry, Kesri Singh, trentacinque anni, havildar dell’esercito indo-britannico, contro ogni primissima vitale aspettativa, dopo quindici anni di servizio attivo sta per offrirsi volontario per una feroce spedizione oltremare. Marinaio di Baltimora, Zachary Reid, ventunenne, stenta a credere che il suo nome sia stato riabilitato. Dopo il tumulto sulla “Ibis”, la perdita del brevetto e la penuria di rupie, riesce ad avere da Mrs Burnham un incarico da carpentiere e sempre più grato all’illustre famiglia di Mr Burnham si fa con lui inebriato sostenitore del libero mercato. Dopo aver appreso della morte di Seth Bahram, suo marito, mercante d’oppio parsi, Shireen Modi tenta di andare a visitarne la tomba in Cina e il suo tentativo assume quasi il senso di una rivolta: partire da Bombay, lei, una vedova, difendere gli interessi di Bahram-bhai, col rischio che il panchayat parsi la espella dalla comunità. Il bengalese Neel Rattan Halder, in viaggio per Canton, è stato segretario di Seth Bahram. Poche idee come quella di scrivere un diario presentano nell’enclave straniera una certa quantità di difficoltà. La crisi dell’oppio è già nel pieno e un taccuino di cronache potrebbe cadere in mani sbagliate; resta solo da chiedersi quando “l’oppio inonderà il mercato come un diluvio monsonico”…

“Lei ha scritto il più colto, il più impegnativo dei feuilleton, signor Ghosh. Il ritmo è quello. Perfino le parti massimamente erudite, le disquisizioni botaniche, commerciali, legali hanno un sottofondo eccitante, la promessa di una scoperta, di una sorpresa”. Così Maria Giulia Minetti chiosava recentemente intervistando per “La Stampa” lo scrittore indiano Amitav Ghosh: “Ma certo! È ciò che volevo. In Bengala abbiamo una grande tradizione di feuilleton, proprio nel senso francese, il feuilleton alla Sue, alla Dumas”. E, proprio considerando il genere, si provi a immaginare la curiosità storica dei fatti e degli avvenimenti di Flood of Fire. In essi l’Asia dell’Ottocento, più che registrare la complessa realtà della “guerra dell’oppio”, rivela l’essenza del carattere di un crogiolo di identità e di eserciti, carattere che doveva esprimersi bene e rapidamente: è chiaro, infatti, che con il capitolo finale della Trilogia dell’Ibis prenda forma un fine conflitto psicologico; una trama viva e appassionata che in poche pagine ci guida verso la profonda rivoluzione interiore dei personaggi, destinati a esser colti in momenti esplosivi di crisi – lutti, tradimenti, partenze, sete di fortune, volontà e azione di guerra – ripartiti tra scontri di libertà e incontri di egoismo, tra i traffici (anche amorosi) di Calcutta e gli ambienti parsi di Bombay, serpeggianti tra i motivi d’inquietudine dei sepoy della Compagnia delle Indie orientali, rispecchiati dalle stamperie di Canton e volutamente concentrati negli uffici cinesi di traduzioni e raccolta informazioni. L’opera letteraria di Ghosh - non ignara di sentimento - è linguisticamente, narrativamente, creativamente ricchissima e, giunta alla sua conclusione, al di là della stessa prova del fuoco, è a pieno titolo un capolavoro.



 

 

 
 
 
 

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