Dingo

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Pointelles-en-Barcis. La mattina della vigilia di Pasqua Octave Mirbeau si vede recapitare a casa un pacco proveniente da Londra. Una cassetta, a dire la verità, di legno d’abete “rozzamente tinto di nero e con il coperchio traforato in due punti”, dall’aspetto funebre che tanto gli ricorda la piccola bara di un bambino e con un foglietto di spedizione in cui sta scritto “cane vivo”. Come se ci potesse essere dentro un cane morto, pensa ad alta voce Octave, mentre non senza una punta di apprensione inizia a schiodare il coperchio della cassetta con le mani tremanti. All’apertura la sorpresa, una di quelle che cambierà la vita di Mirbeau per sempre: in mezzo alla paglia, un cane minuscolo, due occhietti appena visibili tra le palpebre gonfie, un ventre roseo e glabro, e un mozzicone di cordone ombelicale che si torce sul ventre come un verme. Il cucciolo guaisce e protesta, probabilmente per il lungo tempo trascorso chiuso in quella cassetta, o forse solo perché divorato dalla fame; e per Octave è amore a prima vista: “Confesso che il constatare che quell’embrione protestava già, e tanto spontaneamente, e senza letteratura, contro la stupidità, la malignità, la sporcizia degli uomini, o contro le loro carezze, mi entusiasmò. Sì, confesso che quel pessimismo, per così dire previtale, mi rallegrò nel mio pessimismo inveterato e m’indusse a interessarmi maggiormente della sorte di quell’essere larvale, che ancora immerso nei limbi stava per entrare nel mondo, senza averlo mai veduto, con una concezione dell’umanità tanto perfettamente conforme alla mia”...

Giornalista, scrittore, saggista, drammaturgo, critico d’arte e persino reporter di viaggio, Octave Mirbeau è stato esponente dell’Impressionismo e successivamente dell’Espressionismo letterari. Dingo appartiente all’ultima fase creativa dell’autore (e terminato grazie all’aiuto dell’amico Lèon Wertal al quale Saint-Exupéry dedicherà Il piccolo principe) nella quale lo scrittore francese abbandona gli schemi del romanzo ottocenteso e sceglie come protagonista il cane ricevuto in dono dall’amico sir Edward Herpett. Un cane speciale, un miscuglio singolare tra cane e lupo, “dall’invisibile andare, mai nessuna traccia, né di odore, né di rumore” e per questo il più temibile fra gli ospiti delle boscaglie australiane dalle quali proviene. Dingo arriva come regalo inaspettato e, al disappunto iniziale, si insinua subito nell’autore un sentimento di compassione profonda per quell’animale che cresce vigoroso, mette in fuga e a volte uccide gatti, pecore, galline, pavoni e porcellini d’india eppure gioca amorevolmente con Miscia, la gattina di casa. È un animale indipendente, che mal sopporta le regole; proprio come Mirbeau si dimostra insofferente alla vita borghese della piccola provincia, della quale dipinge miniature perfette, dalla comare di paese sempre prodiga di pettegolezzi al notaio il cui studio custodisce gelosamente “tutte le speranze, tutte le passioni, tutti i delitti segreti” del paese. Un’umanità gretta ed ignorante che vive di espedienti, che si crogiola nel pettegolezzo e che si ubriaca ogni sera alla locanda di Jaulin, l’oste-usuraio. Un’umanità che, nelle splendide descrizioni di Mirbeau – ricche di aggettivi, similitudini e ironia – appare irrecuperabile nella propria decadenza. È in questo contesto cupo che l’arrivo di Dingo porta una folata di aria fresca nella vita di Mirbeau. Perché nonostante da tutti sia accolto con diffidenza, instaura con Octave un rapporto speciale. “Mi amava,uomo” scrive “come avrei desiderato che mi amassero, cani, molti miei amici. Io so purtroppo, per esperienza, che nella maggior parte dei casi l’amicizia umana non è altro che la coltivazione di una dominazione o lo sfruttamento usuraio di un interesse, di un candore, di una fiducia”. A metà fra romanzo ed autobiografia, il lungo racconto di Mirbeau offre diverse chiavi di lettura: dalla satira sociale e la critica all’ipocrisia borghese agli interrogativi riguardo al nostro rapporto con gli animali (“Vivendo con gli animali, osservandoli quotidianamente, studiando la loro volontà, l’individualismo dei loro calcoli, delle loro passioni e dei loro capricci, come possiamo, noi uomini, non spaventarci della nostra crudeltà verso di loro?”) fino alla storia di una profonda amicizia. Ripubblicandolo in occasione del centenario della morte dell’autore avvenuta il 16 febbraio 1917, Elliot rende giustizia ad un grande scrittore francese, forse troppo spesso dimenticato dalla critica e le cui opere sono state a volte fraintese.



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