Dio è un proiettile

Dio è un proiettile
California del sud, ai confini con il Messico. Una comunità tranquilla e benestante viene sconvolta da una macabra strage: un uomo e una donna vengono brutalmente massacrati da una banda di satanisti tossicodipendenti guidati da un fascinoso e violento personaggio di nome Cyrus. Il gruppo rapisce anche una ragazza quattordicenne, Gabi, e la sottopone a terribili torture a sfondo sessuale. Bob Hightower, poliziotto, ex marito della donna uccisa nonché padre di Gabi, si mette alla caccia di Cyrus. Ma solo Case Hardin, ex drogata ed ex membro della setta di Cyrus può aiutarlo. Nel frattempo la tragedia mette a nudo gli squallidi segreti della piccola città...
Il mondo di Bob Hightower è piccolo, circoscritto. Sarebbe anche tranquillo, se non fosse per un matrimonio andato in malora: ma in fondo passare la sera con l’auto di pattuglia vicino alla casa dove vive la sua ex moglie col nuovo compagno ma soprattutto sua figlia Gabi e fare lampeggiare la sirena aspettando che dalla cameretta di Gabi arrivi un flash di lampadina in risposta gli basta. Si va a letto più sereni, dopo. Non senza trascurare una preghiera al buon Dio lassù, naturalmente. La vita di Bob è la vita di tanti, nella vasta America cristiana. Ma Bob non ha fatto i conti con Boston Teran, che nel suo romanzo d’esordio lo scaraventa in un incubo violento, sanguinario, brutale, perverso, e spazza via tutti i suoi valori morali e le sue certezze alla John Wayne con la potenza di una bomba all’idrogeno. La fascinazione tutta particolare per i culti religiosi che si respira negli Usa come in nessun posto è il pretesto dal quale Teran parte per mettere in scena una vicenda che se a momenti risente di una certa prevedibilità (quante coppie male assortite di protagonisti abbiamo già visto ad Hollywood, quanti santoni affascinanti e malvagi dallo slogan pungente?), costruisce le sue fortune su un linguaggio davvero innovativo, ultra-gore, metallico: uno slang pop violentissimo e moderno che non può non toccare emozionalmente in profondità. Immaginate un fritto misto di Quentin Tarantino, Charles Manson, James Ellroy, del primo Russ Meyer, aggiungete sesso duro, eroina e retorica del tatuaggio. Colonna sonora, Grateful Dead e death metal: cibo, messicano piccante. L’autore prende per la collottola i suoi personaggi e li sbatte in un’arena polverosa dove si scannano senza pietà, strafatti di adrenalina e acido. Dio è un cartello Torno subito, la legge un terribile scherzo, la morale una favola senza senso. Il romanzo si è aggiudicato molti premi, tra i quali lo Stephen Crane Award e il John Creasey Dagger. Una curiosità sul titolo: è lo stesso Teran a raccontarne la genesi in una vecchia intervista: “Molti anni fa ero in un bar in Thailandia, pieno di gente che veniva dalle parti più diverse del mondo. Accanto al bar c’era un bordello e un’arena per il combattimento dei galli. Sui muri del bar si poteva scrivere quello che si voleva: era il solito florilegio di barzellette e oscenità, il tipo di cose che vengono in mente agli ubriachi. Un tizio mezzo tedesco mezzo thai, strafatto di alcol, pillole e marijuana scrisse davanti a me una frase in una lingua incomprensibile. Gli chiesi cosa avesse scritto, e lui mi spiegò che si trattava delle parole di un monaco buddhista scacciato da un tempio quando i suoi superiori avevano scoperto che si faceva di eroina: Dio è un proiettile in testa. Non l’ho dimenticato mai”.

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