Dio di illusioni

Il cadavere di Bunny ci hanno messo dieci giorni a trovarlo, malgrado avessero messo su una campagna di ricerche imponente: polizia, FBI, persino un elicottero dell’esercito, centinaia di persone comuni che lasciavano il lavoro e battevano i boschi alle pendici del monte Cataract, nel Vermont. E il paradosso è che il cadavere di Bunny non era affatto nascosto chissà dove, ma semplicemente coperto di neve in fondo al burrone dove è precipitato. No, non è esatto. Dove è stato fatto precipitare. Da suoi quattro amici. Che poi se ne sono tornati allegramente al college, senza essere sospettati di nulla. Ma come e perché è accaduto tutto questo? Torniamo indietro di qualche anno, a quando il diciannovenne Richard Papen vive ancora a Piano con il padre benzinaio e la madre casalinga. Piano: drive-in, case mobili, scarpe da tennis logore, palloni da football mezzi sgonfi, odore di catrame, i libri di Tolkien, lunghi e noiosi pomeriggi di televisione. Dopo il liceo Richard ha frequentato per un paio d’anni un piccolo college locale, studiando Greco antico in previsione di una laurea in Medicina. Inaspettatamente, il provinciale figlio del benzinaio diventa bravissimo in Greco, vince perfino dei premi e molla la Medicina per studiare Letteratura. Ma a casa la situazione si fa insostenibile. Un giorno il ragazzo – più per disperazione che altro – spedisce una richiesta di informazioni sui sussidi economici per gli studenti meno abbienti a un prestigioso college del Vermont, Hampden. Dopo infiniti tira e molla con il padre, lettere di professori e promesse di borse di studio, finalmente Richard parte per Hampden…

Ispirato a quanto pare ad un fatto di cronaca (la misteriosa scomparsa di uno studente negli anni ’40 dal college di Bennington, frequentato dall’autrice a partire dal 1982), Dio di illusioni è passato alla storia non tanto per le milioni di copie vendute in tutto il mondo, quanto per il culto che ha generato, grazie anche a testimonial d’eccezione come Bret Easton Ellis. Esordio col botto nel 1992, il libro di Donna Tarrt – Premio Pulitzer nel 2014 con Il cardellino – è una sorta di L’attimo fuggente in salsa gotica imperniato sul contrasto (o sulle similitudini, scegliete l’opzione preferita, l’intuizione letteraria rimane geniale in entrambi i casi) tra le estetiche WASP e greca antica. 600 pagine di giovani altoborghesi che mixano violenza, nevrosi ed alcol a mitologia e filosofia; un fascinoso professore-guru; una presenza soprannaturale che incombe sulle vicende senza mai svelarsi ma senza nemmeno mai essere dissipata, smentita del tutto; boschi, tempeste di neve, montagne oscure; due omicidi, ricatti, triangoli amorosi, rancori. E sullo sfondo, il lato dark di quei college statunitensi così lindi e pinti come li vediamo sempre al cinema o in tv. Tra Clinton e Dioniso.



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