Dio e il cinema

Per Donato il mondo rappresenta da sempre un crogiuolo di suoni e di immagini, di presenze chiare nelle loro intenzioni e liete e benevole, un universo connotato da moti apparenti che talvolta lo inquietano persino, quando gliene sfugge il senso più profondo. Ma sono proprio i sensi del resto a essere assai stimolati nel suo caso sin dalla più tenera età, dato che la sua casa è da sempre animata da un continuo andirivieni di persone, da un vociare sonoro e vivido: la tavola, infatti, di norma è apparecchiata per dodici. I figli sono otto, poi ci sono i genitori, il nonno Vincenzo e una zia del padre di Donato, che abita stabilmente da loro. Il padre, Beniamino, originario di una località limitrofa, è percepito in un certo modo come una persona di un qualche prestigio dato che, in un paese come il loro, Ascoli Satriano (noto più che altro per antiche vicende che risalgono ai tempi di Pirro e delle sue effimere vittorie), in cui la stragrande maggioranza delle persone è dedita esclusivamente al lavoro nei campi, è geometra. Non è più tornato nel suo paese natio perché nel momento in cui ad Ascoli, dove è mandato per un lavoro di revisione catastale, incontra quella che poi diverrà la madre dei suoi numerosi figli se ne innamora perdutamente…

Aperto dalla prefazione di Michela Zanarella, autrice di poesia, narrativa e testi teatrali nonché collaboratrice di diverse testate giornalistiche, e daIl’introduzione di Antonio Pascotto, giornalista di prestigio e chiara fama, il testo, il cui sottotitolo limpido e icastico ne rappresenta perfettamente la ben armonizzata duplicità, è molto più della semplice, benché profonda, sapidissima e ricca di aneddoti, autobiografia di un artista perennemente animato dalla continua e contemporanea tensione verso due opposti estremi, l’immanenza e la trascendenza. Tanto che il protagonista stesso si definisce incapace di resistere non alla fame di pane ma a quella di cultura, e l’anelito divino si coniuga, non senza contrasti, con passioni e brame mondane. Fratello del più celebre Michele (cui oltre l’affetto, evidentemente, lo unisce anche, così come a personalità del calibro di Bellocchio o Brass, fino a Riccardo Scamarcio, un significativo legame artistico), regista e attore di chiara fama, per molti indissolubilmente legato, anche se ormai sono passati decenni da quelle immagini che incollarono al teleschermo un numero impressionante di milioni di spettatori, alla figura del commissario Cattani, eroe ucciso dalla mafia nella Piovra, Donato Placido con prosa lirica, ampia, intensa, avvincente, coinvolgente, interessante, ricca di molteplici spunti, assieme ad Antonio G. D’Errico, scrittore irpino pluripremiato e prima ancora con ogni evidenza amico, biografo pure di Pino Daniele ed Eugenio Finardi, attraverso i propri ricordi tratteggia il vivido e riuscito ritratto di un Bildungsroman che non è solo personale ma anche collettivo, raccontando l’evoluzione dell’Italia, del suo tessuto sociale, dei suoi valori, del suo immaginario popolare connotato anche dal folklore e dal sentimento religioso.



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