Dio odia il Giappone

Dio odia il Giappone
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Durante l’ultimo anno delle superiori le tre ragazze più belle della classe di Hiro hanno trovato la fede. Sembra strano, ma è vero. Le tre ragazze si chiamano Kimiko, Kaoru e Rieko e in proporzione sono più alte di tutti i compagni. Hanno un portamento regale: una volta il docente di biologia, il Professor Ueda - un vecchio fascista viscido - le aveva definite esempi perfetti di come l’introduzione massiccia di latticini nella dieta del Paese dopo la Seconda Guerra mondiale avesse in qualche modo contribuito a rendere i giapponesi una razza superiore: rose e peonie in confronto ai tarassachi e alle sanguinelle che erano tutti gli altri. La scoperta della fede è avvenuta per via di due missionari mormoni, Scott e Kirby, ospiti presso una famiglia vicina di casa di Kimiko, a sei porte di distanza da Hiro. Kirby sembra uno di quei tizi con la faccia da deficiente che si vedono nei programmi televisivi americani quando gli sbirri irrompono in una roulotte dove si sintetizzano metanfetamine, solitamente nel pieno del deserto della California. Scott invece è Mister Skater Biondo Figo: canadese, pare anche lui un po’ tonto, però ha i denti perfetti e sa fare le acrobazie con la bicicletta, come sanno tutti coloro che sono passati almeno una volta davanti al minimarket di zona. Conquistata così Kimiko, Rieko e Kaoru erano già di fatto convertite…
È stato scritto nel duemila, pubblicato l’anno successivo ma solo ed esclusivamente nel Paese del Sol Levante, e dopo undici anni finalmente è uscito anche da noi: Dio odia il Giappone è una gran bella prova di Douglas Coupland, il cui romanzo d’esordio è stato talmente fortunato che il titolo è diventato una sorta di definizione, anzi, addirittura di frase formulare. Generazione X. Difficile che ci sia qualcuno che non abbia sentito o letto quest’espressione… La vicenda di Dio odia il Giappone, un romanzo divertente, schietto e limpido, che parla d’amore e di tutto il resto, di crescita e riscatto, di paure e scoperte, con emozione, leggerezza non superficiale né approssimativa e ironia acuta e raffinata, è ambientata in Giappone tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta del secolo scorso. Un tempo di crisi, non solo per le spalline che finalmente cominciavano a ritornare al posto loro. Crisi economica, politica, sociale, culturale… E se davvero per i cinesi, come si sente dire a ogni piè sospinto, con corredo di pistolotti filosofici, l’ideogramma che descrive la parola “crisi” è lo stesso che si usa per la parola “opportunità”, evidentemente anche i giapponesi la pensano così. Quantomeno, pare pensarla così Coupland, che scrive assai bene, in modo fluido e intrigante. Anche quando tutto sembra precipitare, c’è sempre un appiglio.

 

 

 

 
 
 
 
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