Diorama moscovita

Diorama moscovita

Mosca si porta in seno le contraddizioni della Rivoluzione d’ottobre. La nuova politica economica ‒ la cosiddetta NEP ‒ ha forgiato una nuova classe di ricchi coi portafogli pieni di soldi che nella patria del socialismo reale, in cui l’uguaglianza dovrebbe essere dogma, si fanno sberleffi del povero che, a differenza loro, non ha mai cambiato il suo status sociale dal tempo degli Zar. A Mosca si scoppia di cibo e si muore di fame. Tutto allo stesso tempo. Così come si muore di caldo e di freddo allo stesso tempo. Così come si ruba e si diventa rauchi a predicare l’onestà. Mosca è madre e matrigna dai mille colori, dai mille volti, dai mille scorci. È il trionfo del socialismo e del suo contrario. La norma ferrea del Soviet è una barzelletta che si consuma dentro pacchi di scartoffie alti così. Una rigidità di facciata che dietro nasconde un ampio spazio riempito dalla corruttela più fantasiosa. I “nepmen” sono il modello di riferimento, piccolo borghese è un’offesa, i metri quadri abitabili da ciascuno sono misurati con scrupolosa precisione perché nessuno deve possedere più di un altro, in inverno ci si veste con gli abiti d’autunno perché questa è la tendenza, ci si chiama cittadini ed a seguire la professione: cittadino cameriere, cittadino macellaio, cittadino avvocato. Cittadino che stenta ad accaparrarsi qualcosa da mangiare o che trova comunque un espediente per aggirare l’intransigenza della legge. Cittadino che ruba, tale e quale a tutti gli altri e però si affanna a lucidare a via di sputi la placchetta di perfetto frutto della rivoluzione bolscevica…

Prima che arrivasse Stalin, la satira sulla Rivoluzione era tollerata. Anzi, era addirittura caldeggiata come forma politicamente destrutturata di critica costruttiva e benevola al sistema. Uno spazio in cui l’acume e l’ironia di Bulgakov si inserivano con disinvoltura. In questo Diorama moscovita ‒ una raccolta di brevi feuilleton scritti per “Nakanune”, giornale in lingua russa pubblicato a Berlino ‒ Bulgakov scivola con fluidità e rare doti descrittive dentro una città che ha scelto come sua (lui, ucraino) fino alla morte. Ne rivela le sfumature grottesche, con la penna solleva i lembi di piaghe purulente che ne fanno il ricettacolo esposto dei controsensi, dell’opulenza e della miseria, dell’ingordigia e dell’inedia. Ma non aspettatevi un dramma, no. Bulgakov non era avvezzo a questi toni. Poetica si, a pacchi, ma drammi no. Al contrario, troverete una fresca caricatura che penetra fin dentro il cuore della rivoluzione e ce la svela in toni inediti, in un’ottica rovesciata, libera dalle rigidità ideologiche. Ci fa vedere gli uomini, i vincitori e quelli che, più che vinti, sono coloro i quali non hanno perso; ci toglie volutamente dallo sguardo la simbologia che giganteggia altrove; risalta, attraverso la quotidianità stentata dei poveri e quella ostentata dei ricchi, l’allegoria posticcia della democrazia del proletariato.



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