Discesa all'inferno

Discesa all'inferno
Sul Lungotamigi, nei pressi del ponte di Waterloo, una notte la polizia trova un vagabondo dall’aria trasandata e in evidente stato confusionale. Con sè non ha documenti e non ricorda la sua identità. Creduto ubriaco o drogato, viene dapprima condotto alla stazione di polizia, per poi essere trasferito all’Ospedale di Ammissione Generale, dove viene ricoverato per le prime cure. Vi rimarrà invece per molte settimane. Durante i primi colloqui vaneggia, tentando più volte di sdraiarsi sopra la scrivania, come se pensasse d’essere su di una barca o una zattera alla deriva. Ben presto identificato, l’uomo risulta chiamarsi Charles Watkins, professore universitario di Cambridge, sposato e con due figli. Durante la degenza, riprese le forze, afferma di ricordare una vita del tutto diversa da quella che in realtà, tramite la lettura di alcune lettere di parenti e amici, Charles ha fino ad ora vissuto. Quasi delirando, il professore descrive un lungo viaggio alla deriva su di una zattera improvvisata, dopo che un misterioso disco luminoso aveva prelevato tutti i suoi compagni, che con lui si trovavano a bordo di una nave. Rimasto solo, incapace di comprendere l’abbandono da parte di questa entità superiore, Charles sostiene di aver vagabondato a lungo per mare, approdando su di un isola, dove specie di animali sconosciute erano in lotta tra loro, dove il ciclo lunare stregava gli esseri, dove tenterà, e nuovamente invano, di incontrare e farsi raccogliere dagli stessi alieni che lì torneranno. Le cure che i dottori gli somministrano si dimostrano vane. I colloqui con la moglie e le lettere che gli vengono mostrate non sembrano sortire alcun effetto e, con il passare del tempo, Charles Watkins avverte la necessità di ricordare con urgenza qualche cosa che non coincide con quanto tutti gli altri sostengono lui debba far riaffiorare. Forse una rivelazione, una certezza da diffondere a quanti, come lui, sono inondati da una luce particolare e che si muovono come tra le ombre. Un’operazione delicata, il cui esito potrebbe rivelarsi disastroso o addirittura impossibile. Perché la distanza che separa il nostro vero IO dalla realtà esterna è infinitamente più grande di quanto possiamo immaginare o affermare...
Ci sono strade, piazze, città e continenti e mondi infiniti che convivono dentro ogni uomo. Vite parallele che rimangono in ombra, racconti di vita vissuta scritti su fogli che resteranno nascosti e non letti, occultati dalle biografie ufficiali. In Discesa all’inferno Doris Lessing esplora la psiche e trascina il lettore attraverso coriandoli di un’altra personale vita sconosciuta, che emerge e riaffiora come da un passato incredibilmente vissuto e subito dimenticato. Immagini folli e magnifiche, che dopo i primi passi sembrano farti smarrire la via, in un inquietante parallelismo con il protagonista. Una logica distorta e stravolta della natura e della civiltà umana, che si confonde e si mescola alla realtà oggettiva. Dunque c’è un mondo soggettivo che penetra nella carne viva e non svanisce, e che qui viene raccontato con sapienza e genialità. La nostra vita è un filamento, che fa parte di un intreccio chiamato corda. Una somiglianza di voci sovrapposte che si fanno flusso. Un torrente di parole che come si narra “(..)si mise a correre parallelo a quelle che di fatto stava usando (..). Poteva giurare che non erano cose che aveva letto o di cui aveva sentito parlare. Erano folli, tocche, strambe, improbabili. (..) Disse di aver percepito che se si fosse rilassato o avesse perso il controllo per un attimo, la sua lingua avrebbe cominciato a formare un altro flusso di parole folli, e si sarebbe trovato inerme come un pupazzo ventriloquo (..)”. Siamo potenziali burattini, che potrebbero all’improvviso perdere la voce, per acquistarne una nuova, del tutto sconosciuta e ricca.

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