Disturbi di luminosità

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Lei vede e vive cose che non sa trasformare in parole. Vede e vive cose che gli altri no. Vive la sua vita come un gioco di finzione in cui fuori va tutto bene e dentro è un inferno e un abisso. Quell’inferno, quell’abisso fatto di mostri, ossessioni, voci guida gli altri lo chiamano suggestione, la debolezza di una mente credulona e impressionabile. Ma “io vedevo morire le menti, non riuscivo a distinguere i corpi, le persone diventavano sagome confuse, ombre. Erano morti anche se erano ancora in vita. Facevano tutti lo stesso odore di muffa”. Quello che altri chiamano suggestione è un disturbo borderline di personalità frutto di una aggressione carnale, uno stupro. È uno sdoppiamento profondo in cui solo l’Oracolo, una voce fuori campo, un terapeuta mistico, ha potere di guida dentro una dimensione che alterna il buio alla luce. C’è un meccanismo, da qualche parte, che è saltato; una vite allentata, una ghiera impazzita. E le voci dei mostri dentro la testa che mettono in dubbio il reale e tutta se stessa e le consegnano a un mondo in cui finge di tutto, dalla felicità all’amore, al benessere, alla bellezza. Se dimenticare non è possibile, l’istinto di sopravvivere in qualche modo suggerisce lo stordimento come via d’uscita. “Avevo diciassette anni e credevo sarebbe stato bello vivere l’eterno nella musica, era rumore vivo, divino che copriva le grida del passato. Avrei vissuto danzando il tutto il rumore per annientare la paura di vivere. avrei danzato tra le rovine rasentando la maledizione dell’eterna giovinezza, per prostrarmi ai piedi dell’idea beatificata di un corpo che non esiste”. Diciassette anni, un deliquio di pasticche per cercare il proprio presente in un altrove negletto di geometrie Maya, luci stroboscopiche, nichilismo distopico, un qui e ora di furioso ottundimento. Dieci anni trascorsi così, tra raduni, rave party, teknival, a ballare da sola il ballo di una solitudine cercata in un non luogo a strapiombo su un nulla incandescente. Un tempo sospeso in cui la spirale di isolamento dal mondo esterno procede per fratture sempre più ampie e profonde. Fratture di cui i lembi di congiunzione si sono persi nella memoria e quando è venuto il momento - o il desiderio - di rintracciarli, quello che si è trovato è stato solo vuoto e rammarico. “Facevo parte della seconda generazione raver, non quella anni novanta, della gioia di vivere, dell’estetica spensieratezza, della musica tribale, dei culi stratosferici e muscoli laccati, dei pantaloni lucidi, abiti fluorescenti e capelli colorati da bombolette spray. Io, mentre entravo nella bocca dell’inferno sonoro, tra camper, pusher, venditori di buste, fungi e paste, a ogni passo mi avvicinavo alla decadenza e mi piaceva”. Non si fugge da se stessi, dice lei. E nemmeno si guarisce quando la cesura ha partorito una fragilità che la espone all’autolesionismo, ai continui abbandoni, alle angherie di un manipolatore narcisista; se vivere è un precipitare costante in un dirupo di cui si conoscono solo le profondità parziali, quelle intermedie fatte di spuntoni di roccia, di ramaglie contro i quali si sbatte e ci si ferisce, senza però attutire la velocità della caduta, senza dirsi mai arrivati. “Io volevo vedere fino a che punto si può arrivare lanciandosi nel vuoto. Lo facevo. E cadevo. Ogni volta non toccavo mai fondo, ma cadevo e cadevo e cadevo e tutto si ripeteva in un incubo di demenza”…

Un viaggio intimo doloroso. Un flusso di coscienza nelle lacerazioni profonde dell’anima che intaccano e corrompono una vita; nel disagio psicologico che adultera lo sguardo e lo introietta, distorce la realtà e la cancella. È un lungo monologo interiore strappato ad intermittenze luminose nelle quali la luce è solo un momento sfuggente concesso dal buio. In questo interstizio il male è presentato nella sua banale reiterata crudezza. Non basta la poesia del racconto ad ingentilire, mitigare i segni deturpanti delle fratture, dei distacchi, del conflitto interiore. Non basta una scrittura mitocondriale a dissipare la nebbia fitta che avvolge gli strascichi sbrindellati di un dolore perseguito come medicina, subìto come castigo. Ilaria Palomba offre al lettore un panorama lessicale così complesso e duro da risultare insopportabile. Insopportabile ed inesauribile nella sua portata simbolica. Di questo dolore autoinflitto con risultati di suprema gioia traccia una mappa limacciosa dalla chiarezza drammatica e sebbene il moralismo possa chiamarlo masochismo, l’umanità che incide tracce profonde nell’anima ha il dovere di chiamarlo desiderio di sentirsi viva. “Non è facile starmi accanto e per me non è facile stare accanto agli altri, ma le cicatrici che ho sulla pelle sono i segni, la forza, l’unicità, un tatuaggio profondo fino alle ossa, e questo senso tragico con cui vivo ogni esperienza è in verità fonte di gioia estrema. In ultima analisi coincide con l’estasi”. Il trauma resta tale e si nutre della sua stessa memoria, del rimpianto e li rende assoluti e verticali, ne fa un’argilla che plasma le fattezze, un cemento che mura i sentimenti. È un rigore di morte che irrigidisce ogni gesto. Ricordare è tornare a slabbrare uno sbrago, rivisitare i luoghi in cui il dolore ha preso residenza, quelli dai quali ha avuto origine, ha figliato, si è propagato. Un penetrare spazi angusti senza vie di fuga. Una autofiction, questa, densa, carica come una nuvola grigia, grassa prima che piova, sinestesica. Sulle nostre teste scarica una tempesta di rammarico, di malinconia amara, un senso di irrecuperabilità di cose sfumate, di terraglie in frantumi, di vertigini. Scaglia l’incandescenza inevitabile della follia, quella che Eugenio Borgna chiama la sorella sfortunata della poesia, scandagliata senza soluzione di continuità. Una pazzia sconcia, lussuriosa e sfrenata che sdoppia la vita, sbiella gli schemi, rinnova ogni giorno il motivo per il quale si è presentata, sottoforma di vuoto, di assenza, di disamore, di trappola metaforica in cui, come scriveva Alda Merini: “Manicomio è parola assai più grande delle oscure voragini del sogno”.



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